È un periodo difficile non solo per Prato ma per l’intera Italia, sovrastata da un debito pubblico di dimensioni enormi, con i problemi della speculazione in borsa ma, soprattutto, degli effetti sull’economia reale che questa crisi ha portato. Le scelte economiche  dei governi passati hanno aumentato il numero di cittadini che si avvicinano alla soglia di povertà. Se molti si riempiono la bocca sul recupero dell’evasione che è, ovviamente, una priorità e, nello stesso tempo, il governo alza il livello di tassazione dai beni primari fino ai tabacchi, per poi passare su molti bene di consumo, a Prato come in gran parte della Toscana si assiste a “forme di impresa” resa lecita tramite tradizioni che vengono da lontano.
Partiamo dalla COOP.
Citando wikipedia, che si rifà alla politica (intesa come obiettivo finale):

…la finalità principale delle cooperative di consumatori consiste nell’acquistare e rivendere beni di qualità a prezzi vantaggiosi ai propri soci e, più in generale, ai consumatori: la tutela del potere d’acquisto e la sicurezza alimentare sono tra i principali obiettivi di Coop in particolare la battaglia a favore degli alimenti biologici”.

Dietro questa ideologia, dietro al fatto che obiettivamente i prodotti “a marchio Coop” hanno controlli molto sofisticati e all’avanguardia (il laboratorio di analisi di questo marchio è uno dei migliori in Italia),  c’è una questione non da poco: la coop è l’unione di una serie di cooperative di consumo dove cioè  “un certo numero di consumatori si unisce, dando vita ad una organizzazione, per acquistare in comune i prodotti per le proprie necessità. Attualmente tali cooperative vendono non solo ai soci, ma alle generalità dei consumatori, operano nel mercato come un punto di vendita. La filosofia della cooperazione di consumo non poggia più solo sul concetto di mutualità, ma su quello più generale di prestare un servizio per la qualità e la tutela del consumatore ma  di fare vera e propria speculazione. Non voglio entrare nel merito di Caprotti e la sua guerra personale relativa al libro “Falce e carrello”, è una questione molto complessa e non riassumibile in poche righe (ci sono processi in corso e varie sentenze).
Ma se gli altri “brand” di supermercati (Esselunga, Penny Market..) hanno forme societarie che a livello  tributario comportano per le stesse un esborso gravoso,  grazie a questa trovata, Coop riesce a pagare una quantità enorme  di tasse in meno(vedi norme di diritto tributario su  queste forme di cooperazione), reinvestendo poi i ricavi e riuscendo ad essere maggiormente competitiva sul mercato.

La storia delle Coop in Toscana e nella provincia di Prato è nota a tutti:  sono in maggioranza rispetto alla concorrenza (un fenomeno che è visibile a tutti, soprattutto chi viene da fuori..) senza contare che il più grosso centro commerciale del nostro comune (Parco Prato)  ospita l’iper-mercato Coop dove all’interno c’è davvero di tutto. Cosa alquanto curiosa  è che per  la sua costruzione si è addirittura cambiata una legge regionale sull’urbanistica. A tutto questo si contrappone Pratilia dove invece il degrado la fa da padrone, c’è un progetto per un “centro commerciale Esselunga” da oramai 5 anni ma le continue proteste dei cittadni del luogo sono tutt’ora in corso con la formazione  di un comitato al cui interno non manca di far mancare la presenza  un esponente di spicco del PD pratese. Sarà una casualità, ma in città vicine come Livorno ci sono state battaglie in cui in tempi recenti l’Autorità garante ha aperto delle inchieste per “abuso di posizione dominante”. Citando lo stesso Tirreno:

“L’antitrust ha aperto l’inchiesta dopo che Fremura ha deciso di vendere l’area del Nuovo Centro alla Coop, per un prezzo (29 milioni) inferiore a quello che era disposta a pagare Esselunga pur di sbarcare a Livorno (40 milioni): città che il gruppo di Bernardo Caprotti non è ancora riuscito ad espugnare“.

Lo stesso caso si è verificato a Massa e Carrara dove alcuni esponenti del partito do maggioranza (Il PD nello specifico) secondo l’indagine dell’antitrust, cercavano di ostacolare l’apertura di alcune catene famose nel territorio.

Il “Parco Prato” è stato invece costruito ad una velocità incredibile, senza avere un minimo confronto con la cittadinanza e le altre parti in causa.  Se possono scaturire dubbi da un’altra parte, la certezza matematica di una presenza maggiore del marchio Coop sul nostro territorio non lascia spazio ad interpretazioni.

Altro caso sono i circoli ARCI, facenti capo ad una delle più famose “associazioni  ricreative culturali” italiane: all’interno di questi circoli si svolgono le campagne elettorale di molti esponenti di centro sinistra, iniziative culturali di rilievo (sempre più diradate) , concerti, dibattiti etc., che dovrebbero essere riservati ai soli associati muniti di tessera.
Le associazioni culturali infatti forniscono per legge servizi solo ai loro soci.
Oltre ad una presenza capillare su tutto il territorio, anche in questo caso la “stranezza” è l’agevolazione fiscale di cui godono in merito a ciò che realmente esercitano. Il regime tributario infatti è quello delle Associazioni culturali cioè una quasi  assenza di tassazione (se non per quanto riguarda il pagamento dell’iva  sui prodotti che vengono venduti)  un’entrata che è pressoché libera all’interno delle strutture, quando invece dovrebbe essere controllata all’ingresso. Quanti di noi infatti pur non essendo soci, sono entrati al loro interno per prendere un caffè, sigaretta, un gelato? Chi non ha mai mangiato ad un qualsiasi circolo Arci pur non avendo pagato la tessera?
La risposta è nota a tutti.
Grazie a questo strano fenomeno, possono permettere di fare vera e propria “attività d’impresa” a prezzi più bassi delle altre attività commerciali, proprio come le Coop nel loro settore, se vogliamo azzardare un paragone.
Parlando con un amico ristoratore  esasperato dai costi che una normale pizzeria ristorante  si trova a sostenere, mi  ha confidato di aver preso in gestione un circolo della zona, riuscendo a ricavare ciò che gli serve per mantenere lui e la famiglia. La causa di questa “degenerazione” è la scarsità dei controlli. Tutti abbiamo sempre usufruito di questi servizi a basso costo, perché in fin dei conti in momenti di crisi si fa tutto per risparmiare. Tutto questo  senza contare  le quote versate per le tessere dai vari soci  che servono per “autofinanziamento” e sono, pertanto, immuni da imposte.
Il dato che emerge è univoco: mentre grazie a più di 60 anni di amministrazione questi tipi di organizzazione sono proliferati con vantaggi riservati a “compagni” ed “amici”, il cittadino comune che non ne vuole o non può farne parte, si trova svantaggiato di fronte ad un sistema costruito ad arte. Se in molti “ARCI” si parla di lotta all’evasione , ci si trova con manifesti che inneggiano a qualche slogan di politico, la risposta a questa contraddizione in termini è pressoché istantanea: 60 anni sono molti, abbastanza per creare una rete di affari e soprattutto di pensiero che possa condizionare la popolazione del luogo.
In Toscana molte grandi aziende sono fallite (la BTP) ma, mentre si condanna a spron battuto i proprietari, non si dice che fine hanno fatto gli operai tanto cari al centro sinistra: licenziati in massa dopo l’acquisizione di un’altra società.
Si sente parlare di emergenza lavoro, di disoccupazione, ma chiunque può stare certo che, se hai gli “amici” giusti, in Toscana un posto lo trovi.
A buon intenditor poche parole.

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