Jan Vermeer, Ragazza che legge una lettera, 1657.

La Stanza di Antonella.
di Antonella Sarno

In questi giorni i quotidiani sono pieni di notizie straordinarie. Se il gelo la fa da padrone, in prima pagina c’è anche il gas che potrebbe finire, i neo ministri con la patente tecnica per salvare l’Italia che si fanno sberleffi di noi e dei nostri giovani. Troppo poco europei, poco esuberanti, per nulla trendy  e quasi fools.  Tanti sfigati Ciccio bello mangia pappa alle gonne di mamme nevrotiche e coll’idea fissa del posto fisso.

Poi ancora lo spread e le borse, la povera Grecia che non è più quella delle casine di gesso e delle finestrine azzurre in riva al mare, ma diviene spettro del nostro possibile futuro.

Non va meglio nelle cronache locali.

A Prato buriana gelata peggio che altrove, si scoprono a ritmi lenti ma inesorabili tutte le tresche dei compagnucci. Si aprono le tombe e i tombini  sigillati dai patti d’acciaio consolidati lungo tutte le nostre Repubbliche e il fetore si diffonde, sfida il vento gelido ma non si muove.
Grigio, impietoso impregna l’aria invernale della città già da tempo poco avvezza a olezzi floreali. Un puzzo orribile che avvelena. Così in tanta straordinaria mercanzia l’ordinario non passa nella notizia.

Forse, se non fosse stato bocciato il polo espositivo tutto pratese, un trafiletto in grassetto glielo avrebbero concesso , con la foto della struttura a fondo pagina, un’altra macchinina  mangia soldi da leccarsi i baffi. Ma tanto è, non è passato, perciò a nessuno interessa il fatto che oggi a Milano apre di nuovo la nostra vetrina, e i nostri tessuti saranno di nuovo in fila, impeccabili come tante ragazze a cercar marito. Dovrà essere assolutamente un buon partito per allentare le tensioni accumulate negli anni, immaginare un’altra possibilità e darle vita.

E poi, alleviare il disagio per i cattivi odori e strapparci quel sorriso che da tanto non ci riesce più.

Ma ho un dubbio, ce l’ho da tanto da tanto, e qui lo vorrei condividere. La causa di tanto oblio è il   quotidiano banale e poco appetibile argomento del lavoro che non fa share nemmeno sulle cronache locali? O, invece, c’è un assenso tacito, da parte di più forze, perché certi settori, ormai poco nobili, non siano nemmeno menzionati in terza pagina?

Il peggior dubbio e la peggiore domanda.

Il tessile è ancora una vocazione per la nostra città? E questi addetti al settore, un tempo cavalieri impavidi della pratese attività che raggiungevano Mediolanum pieni di fatica e aspettative, sono ancora paladini della nostra immagine  o somigliano, invece, a quei combattenti spediti a guerre senza storia con un futuro sottinteso di reduci, perdenti solitari e senza patria?

Chi si propone oggi di tutelare e valorizzare quello che era il nostro privilegiato settore economico, fatto di competenze storiche e genialità? Le associazioni di categoria? Gli istituti di credito? La politica?
Oppure qualche  sognatore  solitario, eroe fuori da ogni realtà che, come un giocatore consumato, dal vizio  e dalla follia rilancia ancora sullo stesso numero, destinato però a non uscire mai più?

A chi volesse parlarmi delle solite cose, globalizzazione, delocalizzazione, mercati nuovi creati da paesi emergenti, vorrei dire che io vedo oltre tutti gli argomenti delle grandi responsabilità. Vedo venir su palazzi e colare cemento. Vedo consumare territorio. Vedo la resa di chi non crede più al proprio passato e non si impegna per un futuro onorevole. Ma si reinventa  caimano  e divora. E i settori son tutti possibili. Quindi addio onestà, addio amor proprio, addio responsabilità e appartenenza al territorio.

E, per l’amor di Dio, nominatelo pure invano! Noi ne abbiamo un altro che, all’occorrenza, rende molto di più. E cosi sia.

Mettiamoceli tutti, tanto i nomi li sappiamo. E non prendiamocela con quelli che il tessile non lo finanziano più.
Se chi ha lavorato finora facendo dell’industria laniera  di Prato una vera arte non ci crede affatto, allora è giusto che non ci credan più nemmeno le banche.

E’ giusto che anche i giornali si adeguino e non ci degnino nemmeno di un articolo in terza, ma appena di un necrologio stringato e relativa croce.

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