La Stanza di Antonella
di Antonella Sarno

La commedia dell’arte è un teatro a tradizione popolare dall’andamento fluido, senza uso di testi scritti. Gli attori stessi recitano quasi sempre improvvisando la loro parte. Se alla base esiste una tessitura sulla quale la vicenda  prende forma e si svolge, tanto e tale è il virtuosismo dei personaggi caratterizzati nei vizi e nelle virtù, che la percezione di uno studio prefissato sulla storia si deforma e si perde.
Nella finzione la trama diviene, quindi, tanto più vera  se recitata con spontanea leggerezza.
Il genere che ha radici storiche lontanissime, ed è giunto intatto fino a noi.
E si continua a recitarlo.
Qualcuno ne è tanto padrone che adattando il genere alla modernità, con l’uso solito di personaggi cardine che sono buffoni, giocolieri e i nani, ne ha fatto una eccellenza, giocando sul genere drammatico per finire con disinvoltura anche al comico e al ridicolo.

In questo teatro le figure di riferimento si aggirano sempre intorno alla menzogna, alla delazione,  evitando sempre contenuti di spessore e di impegno. E’ assodato che i vizi capitali siano più affascinanti delle virtù e attraggano un pubblico maggiore capace, all’occasione, anche di adeguamento e assuefazione.

L’ essenziale quindi è che la vera attrattiva  sia l’intrigo: ossia quella variazione elaborata con perizia dagli interpreti, che  si propone su pochissimi temi. Sempre gli stessi.
Capita così che anche attori di scarso talento sviluppino egregiamente un tema, se istruiti da un accorto e navigato regista.

Il genere ha avuto in questa logica tanto successo da diventare per forza ripetitivo. Il fine ultimo di ogni rappresentazione, vorrei ricordarlo, è sempre lo stesso: incassi e successo.

Di questo teatro abbiamo visto molte repliche, tanto da renderci saturi ad ogni messa in scena  futura. Ma non c’è verso, è un genere di tendenza, è destinato alla ripetizione e al sold out.

E alla noia.

In scena oggi c’è la vicenda del Sindaco. Sembrava uno svolgimento a tema, su canoni classici. Invece si è arricchito di particolari e colpi di scena, diventando un vero capolavoro di invenzione teatrale. Le comparse son state all’altezza, gli attori principali hanno giocato a rubarsi la scena, e il regista, del quale non abbiamo notizie agiografiche, ha preferito, come di consueto, l’anonimato nel cielo dei grandi.

Superbo lavoro anche dei macchinisti e dei manovratori dietro le quinte. Le luci perfettamente proiettate per produrre coni d’ombra. Gli effetti sonori, uno stordimento. Perfetta sintonia e tempismo perché il Sindaco, come tutti i protagonisti  negativi, venga  giudicato a scena aperta e lasciato solo alla vergogna  del pubblico. Poi l’attesa senza tensione sarà per un il finale scontato. L’ordine primitivo e insindacabile,ristabilito. Il trionfo della bieca normalità. E l’applauso corale  della claque che all’unisono chiude il sipario in gloria.

Ma il pubblico è ancora quello dei tempi di Goldoni? E davvero si può credere che questa sia tutta una recita a soggetto?

Io penso che no, questo è teatro troppo visto, troppo furbo. I canoni troppo noti. Le sue finzioni non possono più tradirci nell’incanto. C’è una stortura che dichiara facilmente quanto l’esito sia programmato. Il concorso è quello di un gruppo che ha in perso visibilità e potere e non si arrende. E si riannoda in trame e complotti  per riaffermare l’antico patto che tanto bene a portato alla città. Nessuna indagine, nessun bisogno di trasparenza. Solo accordi, solo assensi: la vera pace.

Sta a noi vedere dietro la finzione, capire tutti i meccanismi, intuire le finalità di ogni dramma. Oppure, alla fine, saremo burattini con cuore e testa di legno che hanno rinunciato per sempre a libertà e autonomia. Marionette stupide con i fili mossi dall’alto. Dal solito regista.

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