Mi ricordo ancora, sono passati tanti anni, quando divampava la guerra fredda e, a Prato come altrove, i comunisti facevano i comunisti sul serio. Se andavano in chiesa per pregare lo facevano con dignità. A differenza chi andava in chiesa per pregare Dio si, ma soprattutto per parlare con il prete, loro pregavano Dio e basta. Coi preti non ci parlavano e, quando lo facevano, lo facevano da comunisti.

Men che meno ti potevi aspettare che, per pregare Dio, si sarebbero messi a combriccola per spettegolare, fra un’avemaria e un paternoster, sulle disgrazie altrui. Eran comunisti veri, e avevano una loro etica, un loro codice morale.

Oggi i tempi, a Prato come altrove, son cambiati. I comunisti di oggi assomigliano straordinariamente a certi democristiani di ieri. E’ stato il comunismo a contaminare i democristiani o viceversa? Difficile stabilirlo e, comunque sia, lo spettacolo penoso di fronte al quale la cronaca di questi ultimi mesi ci ha costretto ad assistere ha toccato, in questi giorni, il suo livello più basso. Suggeriamo sommessamente a questi devoti fedeli, durante la prossima riunione di preghiera, di rivolgersi al Padreterno con una preghiera caduta un po’ in disuso, ma di sicuro più appropriata alla loro condizione: l’atto di dolore e, per finire, con l’invocazione che più si addice alla loro statura morale: miserere nobis Domine.
Nostro Signore, nella sua infinita misericordia, potrebbe anche muoversi a compassione e perdonarli.
Noi, che con Nostro Signore ci onoriamo di avere un rapporto molto meno stretto si, ma anche, date le circostanze, molto più rispettoso del loro, non abbiamo bisogno di trovare rifugio nella penombra di qualche sagrestia per bisbigliar pettegolezzi o macchinare imbrogli: lasciamo volentieri ai bigotti di oggi l’antico vizietto dei bigotti di ieri, che è sempre il solito, ossia quello di far le viste di pregare Dio per trovar la scusa di parlare con il prete.
A noi basta e avanza, quelle poche volte che mettiamo il piede in chiesa, di dire una preghiera in silenzio.
E, se abbiamo qualcosa da dire al prete, glielo diciamo rispettando la sua persona, senza camuffarci da pii devoti per ottenerne il sostegno.
A Roberto Cenni, al quale -da faziosi quali siamo- non manchiamo di rinnovare tutta la stima e l’amicizia, oggi più di ieri, vogliamo raccomandare di continuare a star sereno: in fondo, ai farisei di oggi che gli puntano contro il dito, non resta altro che l’arma ormai spuntata della richiesta di dimissioni.
A qualcuno prima di lui, venti secoli or sono riservarono la crocifissione e ad altri, in tempi meno remoti, il rogo. Al confronto, i farisei di oggi sono quello che sono: squallidi bigotti e niente più.

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