La Stanza di Antonella
Di Antonella Sarno

E’ finito il tempo in cui le donne prive di ogni diritto elementare vivevano di sottomissione, è finito definitivamente quando nei roghi di piazza bruciarono i reggiseno.

E’ stata una conquista enorme, un riscatto sociale che nella stretta misura di un secolo le ha ripagate di sacrifici e rinunce, restituendo  loro dignità e valore, dopo millenni di privilegi maschili.

Dopo ciò si sarebbe dovuto raggiungere il pareggio, definitivo, per una corretta conduzione della vita, in tutti i livelli del sociale.

Invece qualcosa ancora non va, come se tutti questi secoli bui avessero bisogno ancora di riscatto. Come se solo altri sacrifici potessero compensare tutto il sangue versato sul campo. E’ accaduto insomma che le donne si sono prese molto di più, e con dispiacere, visto che son donna, posso dire che son diventate competitive e arroganti. Son diventate aride e ambiziose . Quasi  cattive.

Senza smettere di utilizzare le armi consuete delle quali la natura le ha fornite al solo scopo di conservare la specie, armi che nella richiesta di  parità oggettiva, per logica trasparenza avrebbero dovuto deporre,   hanno preteso ruoli sempre più esclusivi. Poi li hanno esercitati in maniera asimmetrica godendo fino alla ubriacatura del potere raggiunto e finalmente consolidato.

Riflettendo, non è stato un bel guadagno. Ci siamo fatte scappare una grande occasione per rimettere le cose a posto, affermare il valore di una femminilità semplice e coerente, utile nell’ambito lavorativo, politico e istituzionale. Sembra che abbiamo vinto, ma è una piccola illusione concessa al nostro orgoglio, troppo mortificato nei secoli evidentemente, per concedere tregua e perdono. Bisogna ammettere che ancora una volta invece abbiamo perso. Abbiamo sbagliato e continuiamo a farlo.

Mi convinco di queste mancate opportunità ogni volta che leggo sul giornale un proclama della Signora Sindaco in Valdibisenzio. Credo che lei rappresenti lo stereotipo di ciò che andavo dicendo sopra.

Cantagallo ha una posizione privilegiata, guarda la piana dall’alto. E da quella altezza tutto il resto deve sembrare più bello e arioso. Infatti alla signora lo spazio non è sufficiente. Il territorio impervio e in parte ostile non le si addice. Non ci si può dare un ballo o organizzare feste e banchetti , perché la corte è angusta, si raggiunge a fatica dopo qualche chilometro di curve e mal di mare, e non ha un castello. Inoltre tutti gli eventi programmabili sono di scarsa visibilità e di gusto fin troppo popolare. La sagra del neccio e della castagna (che oltretutto ingrassa!), la gara di bici di montagna, il giro dei presepi, al quale non verrà nessuno perché in quel periodo si sa il paese si allontana di più causa ghiaccio e neve. Così, in tanta necessità,  è  naturale provare a immaginare un feudo più grande, che magari arrivi fino al mare.

E facile, in una prigione simile, scatenare bisogni di rivalsa e pensieri orribili, e diventare arrivisti. E anche  proclamare giudizi sommari, organizzare  vendette, e poi ordinare il passaggio tra le fiamme degli avversari. Ordalie tutte femminili, singolare diritto di novelle vestali portatrici di divina autorità, molto auto referenziate.

Questa politica coi tacchi a spillo non può essere di nessuna utilità collettiva e, anzi, rende difficile ogni convivenza, ma si rende palese di una sostanziale verità. Le donne che si vogliono sostituire ai ruoli maschili  con tanta veemenza e caparbietà, e soprattutto vanità, hanno scarsità di pensiero e mancano di lungimiranza. Sono piccole donne, senza possibilità di crescita. E son certa abbiano più cura dello smalto sulle unghie che delle persone che vorrebbero rappresentare  e tutelare.

Usano i metodi che hanno combattuto nei millenni e dei quali sono state esse stesse vittime: la prevaricazione, la violenza verbale, lo scredito del nemico fino all’annientamento. Metodi, come dicevo,  aspri e impietosi, che tradiscono tutto un  passato di repressione e covato rancore, da rimuovere senza  nessun  esercizio di analisi freudiana, ma solo con l’uso continuato del  comando.

E allora vorrei rammentare la figura, padrona di gusto ed eleganza, di  Tina Anselmi. La sua vita trascorsa  studiando riforme, cercando di avvicinare le donne di un’epoca ancora acerba alla politica vissuta, certa che  solo la loro sensibilità ci avrebbe portato ad un vero miglioramento sociale.  Sobria, materna, avresti detto che prima di parlare in tv o in parlamento aveva appena dato un’occhiatina al sugo. Intelligente, preparata, si era data lo scopo di  rendere vivibile  e giusto ogni rapporto tra istituzioni e società. E’ sua la prima legge sulle pari opportunità, suo il progetto di avvicinare gli interessi della politica ai problemi della famiglia, suoi tanti interventi per promuovere un nuovo modello di sanità e previdenza sociale.

Vero, era democristiana. Era stata partigiana  ma, coerente con le proprie idee di fede, non si rinnegò mai . Perciò è difficile farne una comparazione con certe donne della politica di oggi. Non parlo di quelle tecniche, anomale anche nella padronanza dei loro stati emotivi. Le considero un prestito e spero, anzi, che vengano restituite al più presto. Parlo delle politiche rampanti, emancipate dalla carriera, e capaci  di tutto. Anche di geometrie  pericolose, nuove alleanze, e continui affondi rabbiosi  nei confronti degli avversari di turno. Tutto per ottenere visibilità e nuovi spazi.

Forse un giorno il feudo del Sindaco della Valdibisenzio non solo arriverà al mare, ma toccherà anche le sacre mura di Roma, dove lei sarà finalmente incoronata. Chissà però se sarà ricordata come la Anselmi per l’onestà intellettuale e il servizio instancabile svolto per la società. Chissà se sarà migliorativo il suo passaggio  sul pianeta  politica o se, invece,  ce la ricorderemo per la sua presuntuosa, ingombrante presenza, e per lo sfoggio inutile delle sue  borsette firmate.

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