Prato, il Castello dell'Imperatore

Noi siamo la nostra storia.
Di Paola Melani

Io sono pratese, io sono incensurata, io non uso mezzucci per arrivare a encomi, io non calpesto il mio prossimo per ottenere soldi e potere, io non sfrutto gli extracomunitari per lucro, io non ricevo soldi in cambio di favori.
Quindi io posso parlare, a pieno titolo, di ciò che mi pare.

Io sono imbarazzata.
Si, come pratese sono fortemente imbarazzata, mi vergogno quasi di questa condizione, l’essere pratese era un vanto, sinonimo di laboriosità  e correttezza, esempio da tramandare ai posteri, motivo di gelosia per i mediocri.
Essere pratese voleva dire affondare le proprie radici nei popoli gloriosi, che hanno da sempre calpestato il suolo toscano, la terra di Prato, di cui ancor oggi abbiamo la testimonianza palese in quel di Gonfienti. Essere pratese mi ha sempre fatto sentire campanilista, orgogliosa e fiera della mia città, dei mie concittadini, mi sentivo protetta come in una culla di amore e serenità.
Essere pratese era uno stato privilegiato.
Prato, la città che insieme a Biella e Carpi formava il polo industriale italiano, il trio delle meraviglie, che da solo vestiva mezzo mondo e a cui il mondo anelava come traguardo, a cui tanti si ispiravano per rilanciare economie stantie, motivo di gloria e splendore per tutti gli italiani e di acredine per i perdenti.
Prato, la mia bellissima, orgogliosa, indomita Prato è caduta in un tranello, orchestrato ad arte, si vocifera da mani potenti, che ne hanno deciso la morte a tavolino, come città sacrificabile, pare per fini ben più alti. Pare.
Ma cosa può esserci di più alto della libertà?
Prato ne è stata privata, orde di uomini l’hanno invasa, dopo che altri “uomini”, ne avevano aperte le porte, lasciandola sola ed indifesa al nemico.
Per ottusità? Per bieco interesse? Forse l’una, forse l’altra, molto probabilmente entrambe le opzioni.
Ma i pratesi son duri a morire, per anni hanno vegetato, impotenti spettatori, del massacro di tutto ciò che era massacrabile, alcuni si sono persino resi complici di tali misfatti, loro si per ottusità, poiché la maggioranza di loro, aveva sempre lavorato a testa bassa, accumulando granello dopo granello, come brave formichine e non avevano l’abitudine di alzare il capo, per scrutare l’orizzonte, si sa, il pratese, il vero pratese, non lavora per vivere, ma vive per lavorare. Ed è stato probabilmente questo che li ha fregati, troppo intenti a lavorare, non si sono accorti, che c’era chi preparava in gran segreto la loro lapide.
Anni bui, tristi, senza sole né speranza, anni di tormenti, tanti troppi anni passati a mugugnare, senza poter scorgere un futuro plausibile, appena accettabile.

Poi, la svolta.
Un raggio di sole è riuscito a penetrare la fitta coltre scura e subito gli animi si son riaffrancati. Forse c’è speranza, pratesi svegliatevi, udite, osservate, credete, ed il miracolo ha preso campo, in punta di piedi, di uscio in uscio, di bocca in bocca, di padre in figlio, fino a quel fatidico e magico 22 Giugno 2009.
L’apoteosi successe quella sera, io c’ero, io ricordo, io ancora giubilo!
Leggevo l’incredulità negli occhi dei perdenti, così come in quelli dei vincitori, ci sono voluti diversi giorni perché io stessa ci credessi, ma era realtà, tanto a lungo bramata e mai veramente sperata e per questo ancor più bella e sublime!
Ora gli sconfitti, (coloro che se fossero in battaglia, come le loro gesta ci fanno credere), dovrebbero rendere merito al vincitore e pur fra plausibili odi e veleni, contribuire al bene della città. Già, se fossero. Ma non lo sono. Non sono fieri cavalieri sconfitti in battaglia, non sono prodi e leali combattentiche si prostrano al volere divino … no, davvero non sono nulla di tutto ciò.

“Son di Prao e voglio esser rispettao, pos’i’sasso e mang’i’bao”
Sono di Prato e siccome ti ho sconfitto lealmente in battaglia, devi rispettarmi, non devi azzardarti ad offendermi e devi farmi la riverenza quando passo.
Questo vuol dire il detto più famoso di Prato, che affonda le sue radici nelle singolar tenzoni di anni passati, ma di cui pochi conoscono il significato e soprattutto ne applicano il concetto storico, umano e cavalleresco.
Io sono pratese e sono imbarazzata da ciò che vedo, dallo stato di squallore che percepisco, dal maleodorante miasma che respiro. Io non ce la faccio a vedere la mia città così, mi fa troppo male e per questo ho giurato a me stessa, che non perdonerò mai chi l’ha ridotta così.
Io sono pratese e ricordo le mie origini, si ora ne sono consapevole, le posso quasi sfiorare e godo appieno della loro bellezza e soavità. E ora vorrei trasmettere ciò a tutti voi. Vorrei vedere la gioia nei vostri occhi, percepire l’armonia nei vostri cuori ed esortarvi a credere nella nostra rinascita.

Siamo pratesi, e che diamine!
Difendiamo la nostra città dai suoi nemici, affinché i posteri possano godere della sua bellezza e siano fieri ed orgogliosi di ricordare noi, che oggi siamo solo la speranza, ma che domani saremo la storia.

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