Niki Vendola

Sbaglieremmo di grosso nel vedere l’accanimento smisurato contro Roberto Cenni (unica iniziativa politica dell’opposizione sin dal primo giorno del suo insediamento a Sindaco di Prato) una questione personale. Così non è. Quando si muove la macchina da guerra non è mai una questione personale. C’è ben altro di mezzo. Per capire cosa sta accadendo a Prato in questi mesi bisogna partire non dall’indomani delle elezioni del 2009, ma da qualche settimana prima. Esattamente dal giorno in cui si verificò alle cosiddette primarie del PD pratese,  anticipando quello che sarebbe accaduto in tutta Italia qualche anno dopo, la sconfitta del candidato “ufficiale” dell’anima comunista del PD, ossia l’ex PCI, poi ex DS, Abati a vantaggio del candidato ex DC poi ex Margherita Carlesi.
Quella guerra intestina al PD causò la vittoria dell’indipendente Roberto Cenni appoggiato da una coalizione di Centro Destra e di alcune Liste Civiche.
In atre parole nel 2009 non fu tanto la coalizione di Centro Destra a vincere le elezioni, quanto, piuttosto, il PD a volerle perdere.
E ci mise tutto l’impegno, riuscendo nell’impresa come meglio non avrebbe potuto fare.
Se non fu vera vittoria, fu decisamente vera sconfitta. Ed è stata, di fatto, la sconfitta della coalizione di sinistra, la prima dopo sessantatre anni di ininterrotte vittorie, a trionfare sulla scena in questi primi due anni e mezzo di amministrazione Cenni. Una sconfitta pesante, che ha messo alla gogna il PD non solo a livello locale, ma anche, e soprattutto a quello nazionale. Perdere il controllo del Comune di Prato è stata una disgrazia, uno sciagurato incidente di percorso che ha messo in evidenza quella debolezza intrinseca ad un partito, il PD, il quale, dopo un esordio all’insegna del sogno veltroniano di un grande rensemblement democrat, si è rivelato, dopo pochi mesi, per quello che in realtà è: un improbabile, scomodo, e ingestibile condominio all’interno del quale coabitano inquilini scontenti e litigiosi.
La sconfitta di Prato è stata vissuta, dal PD, come peggio non poteva essere. In gioco, con il Comune, non c’erano solo l’amministrazione di una città che ormai da venti anni era, praticamente, inesistente. I poteri forti, da tempo trasferiti nelle cosiddette partecipate, non erano più nel palazzo comunale, che era diventato un luogo accademico, dove si alternavano sulle poltrone della giunta personaggi minori ai quali veniva concessa licenza di mettere in pratica le più bizzarre sperimentazioni ai danni di una città ormai diventata terra di nessuno.
Il Comune era ridotto ad un ruolo minore, una specie di presidio feudale che distribuiva ruoli e mansioni, prebende e diarie alla piccola folla di fedelissimi del regime.
Con l’arrivo di Cenni il Comune ha ripreso il ruolo che gli compete. E i primi ad accorgersene sono stati i vertici delle partecipate che si son trovati, per la prima volta, a dover fare i conti con un’amministrazione che amministra sul serio.
Questo paventavano non solo i vertici del PD ma anche quei protagonisti del grande inciucio, altrimenti detto patto di titanio, che aveva garantito l’ininterrotto governo per quasi tre quarti di secolo ad una sola parte politica: il Comune a me, la Cassa di Risparmio a te etc. etc. etc.
La crisi della Cassa di Risparmio di Prato segnò, nel 1986, il primo vero momento di rottura. Parti dell’allora PCI, PSI e DC si fronteggiarono in una guerra aperta con i titolari del patto di titanio. La causa non fu di natura politica, ma pura, semplice e brutale fame e sete di potere. Il particulare ebbe il sopravvento sul bene comune e si scatenò una battaglia senza precedenti. La città e le sue massime istituzioni furono scosse da questa guerra intestina e fu l’inizio della fine. Alla spallata che avrebbe tolto per sempre alla città la sua banca seguì quella le che avrebbe finito per toglierle anche l’identità e l’autonomia.

Seguirono gli anni dell’immigrazione incontrollata che avrebbero fatto la fortuna di pochi grazie alla speculazione sugli affitti e sulle vendite immobiliari, seguiti dal prevedibile (e previsto sin dall’inizio degli anni ’80) declino, lento e inesorabile del settore tessile, sul quale si sarebbe abbattuta anche la crisi di una globalizzazione selvaggia che vide emergere la Cina, il paese che nel tessile stesso trovò il primo facile baluardo da abbattere nella sua avanzata alla conquista del mercato globale. Il resto è storia nota. Una storia che i pratesi hanno sentito scorrere giorno dopo giorno come una pioggia di fuoco sulla città, e che ha visto cadere, una dopo l’altra, quelle aziende che continuando a puntare sul prodotto tradizionale dell’area tessile pratese, non hanno resistito al doppio assalto di una concorrenza sleale, di un malgoverno dell’economia locale e di una scellerata e -questa si davvero- fallimentare politica economica che, passando da una mano all’altra dei vari governi alternatisi in questo sciagurato periodo, ci ha portati all’attuale commissariamento del paese.

Sullo sfondo di questo non certo sereno scenario la vicenda del Sindaco Roberto Cenni, che nel 2009 sconvolge il quieto vivere d’una città morente assistita nell’agonia con olimpica, impassibile serenità da quei rappresentanti di un centro sinistra che negli ultimi venti anni ha dimostrato ampiamente la propria incapacità di governare non solo Prato, ma neppure sé stesso rovinando drammaticamente sui propri passi alle ultime elezioni amministrative, questa vicenda del Sindaco Cenni rappresenta un incidente gravissimo un vulnus terribile, la perdita del feudo pratese, che dev’essere sanato costi quel che costi.

Questa è la vera posizione del PD e dei suoi alleati. Questo è l’unico obiettivo, il fine ultimo di ogni battaglia, anzi la madre di tutte le battaglie: riprendersi Prato. Ce la stanno mettendo tutta, non c’è che dire. Bisogna vedere, tuttavia, cosa ne pensano i pratesi, ai quali son restati non solo gli occhi per piangere, ma anche il diritto di scegliersi il Sindaco che vogliono. Mettere ancora le mani sulla città, per chi l’ha sgovernata negli ultimi venti anni, sarà anche possibile, si, ma sarà dura: per riuscire in questa impresa non gli basterà sperare e pregare che qualcuno gli porti la testa di Roberto Cenni su un piatto, avranno bisogno di ingannare tutti i pratesi per l’ennesima volta. E lo faranno, come hanno iniziato da subito a fare, con le loro promesse, con i loro proclami, con le loro prediche, e anche con la loro stomachevole volgarità fatta di insulti vergognosi, che resta tale anche quando è rivestita, com’è avvenuto nei giorni scorsi, di chiacchiere retoriche degne dei più mediocri pseudo intellettuali della magna grecia.

A chi viene a insultarci in casa con lo scopo di abbindolarci, e ai suoi scodinzolanti accoliti di periferia, Il Bindolo dedica una sua traduzione di questa famosa frase di Lincoln:
You can fool some of the people all the time, and all of the people some of the time, but you cannot fool all of the people all the time.”
“Potete abbindolare sempre la stessa persona, e potete abbindolare tutti qualche volta, ma non potete abbindolare tutti e sempre.”

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