Un atto dovuto
di Giacomo Fiaschi

Le dimissioni del curatore Evaristo Ricci erano, a nostro avviso, un atto dovuto. E non tanto per le scelte che, da curatore, ha fatto, su alcune delle quali, come per esempio quella di chiudere i negozi attivi nel periodo prenatalizio, il giudizio di merito spetta all’autorità competente, quanto, piuttosto, per l’oggettivo conflitto di interessi che vedeva l’avversario politico investito di un incarico che richiede assoluta e totale imparzialità.

Che Ricci sia un avversario politico di Roberto Cenni è cosa nota, chiara, netta e indiscutibile. Nel 2009, in occasione delle elezioni amministrative, Evaristo Ricci si candidava al Comune di Prato nella lista di “Sinistra Ecologia e Libertà” presentandosi così:

“Ho 47 anni, sono sposato con due figlie di 13 e 8 anni, e vivo e lavoro a Prato. Sono commercialista e fornisco consulenza alle imprese, alle associazioni, fondazioni ed enti no profit. Nell’ambito del mio lavoro, che affronto con etica e correttezza, ho contribuito al risanamento di imprese in crisi, con interventi che hanno però sempre tutelato i lavoratori e la conservazione del loro posto di lavoro.”

Il resto si può leggere direttamente sul sito di Sinistra Ecologia e Libertà di Prato, dove viene proposto anche il link sul sito di Evaristo Ricci che al momento risulta non attivo.

L’affidamento dell’incarico a Evaristo Ricci di curatore fallimentare della Sasch suscitò, all’epoca, non poche perplessità da parte di qualcuno. Perplessità che si trasformarono in seri dubbi quando fu deciso di chiudere definitivamente tutti i negozi a marchio Sasch il 15 dicembre scorso, a dieci giorni da Natale, nel momento di massima vendita e con un magazzino colmo di merci da offrire ai consumatori. Il tutto con la giustificazione di risparmiare alcune migliaia di euro di affitto. Una scelta che, alla luce dei fatti, ha arrecato un danno evidente ai bilanci di un marchio già in difficoltà. L’avviso di garanzia giunto la vigilia di Natale, seguito poco meno di due mesi dopo, dalla richiesta di sequestro dei beni personali non potevano non trasformare i seri dubbi in fondati e ragionevoli sospetti.

E’ giusto e sacrosanto che i cittadini coltivino il massimo rispetto per le istituzioni, specie per la magistratura, dal cui operato dipende la qualità dell’amministrazione della giustizia. Ed è proprio per questa ragione, per poter coltivare questa fiducia nella magistratura che i cittadini esprimono il loro pensiero riguardo a certe scelte che, oggettivamente, pongono in essere situazioni di fronte alle quali non è possibile restare indifferenti né, tanto meno, sereni.

Resto, dunque, molto perplesso di fronte a quanto riportato oggi da un foglio locale, secondo il quale il Presidente del Tribunale di Prato, nel commentare le dimissioni del Ricci, anziché prenderne doverosamente atto riconoscendo la sussistenza del conflitto di interessi, ha scelto di chiosare ringraziando il Ricci “per la sensibilità mostrata nell’impedire che quei tentativi di trascinare il Tribunale nella polemica politica possano avere ancora altri pretesti”.

Se per il Presidente del Tribunale di Prato l’aver denunciato un palese conflitto di interessi corrisponde ad un “tentativo di trascinare il Tribunale nella polemica politica” allora, a Prato, c’è davvero qualcosa di cui doversi seriamente preoccupare. Le polemiche politiche sono una cosa e un oggettivo conflitto di interessi seguito da una serie di iniziative che restano, a dir poco, discutibili sono un’altra cosa. Sull’insieme di queste iniziative si fondano le nostre perplessità, i nostri dubbi e, infine, i ragionevoli sospetti che ci siamo sentiti liberi di esprimere. E non per trascinare il Tribunale in polemiche politiche, semmai per proteggere una istituzione che ci appartiene e riguardo alla quale non possiamo sopportare l’idea che possa rischiare di essere usata, né direttamente né indirettamente, per fini politici.

Il conflitto di interessi c’era e le dimissioni erano un atto dovuto.
Dimissioni che non sarebbero state necessarie se, nello scorrere i nomi di centinaia di professionisti adatti a ricoprire quell’incarico, la scelta non fosse caduta sull’unico avversario politico presente in quella nuomerosa schiera. Per ritenere insussistente un conflitto di interessi così evidente come quello che vede l’antagonista politico Evaristo Ricci curatore fallimentare di un’azienda che fa capo, fra gli altri, anche al suo diretto avversario, non è sufficiente la fiducia nelle istituzioni. Ci vuole un vero e proprio atto di fede. E non di una fede sostenuta dalla ragione, bensì di una fede cieca e assoluta. Il che, francamente, è eccessivo anche per chi, come me, cattolico praticante, dura fatica a credere persino nel dogma dell’infallibilità del Papa. Di certo, avrei smesso di crederci il giorno in cui Sua Santità avesse affidato l’incarico di presiedere la Congregazione per la Dottrina della Fede  al vescovo Lefebvre.

Ora, dopo le dichiarazioni del Presidente del Tribunale, ci sorge un altro dubbio, più forte e, per certi aspetti, molto più inquietante di quelli che avevamo prima. Il dubbio è che le dimissioni di Ricci non abbiano corrisposto all’esigenza di risolvere un conflitto di interessi evidente, bensì a quella di eliminare un ostacolo a procedere più speditamente su un percorso già deciso in anticipo, per motivi sui quali non possiamo e non vogliamo indagare ma che, se qualcosa dovesse farci legittimamente supporre abbiano ad esserci, nessuna persona onesta, nessuno che non accetti di rinunciare alla propria dignità  di cittadino libero di una repubblica democratica, potrà fare a meno di farsi sentire.

Se lo faranno, legittimamente e da cittadini liberi, quei magistrati che pare abbiano deciso di manifestare in difesa della loro autonomia, potremo farlo anche noi, da cittadini di una repubblica democratica, in difesa della nostra dignità e della nostra libertà.

Nel frattempo ci aspetteremmo, da parte dei magistrati pratesi, un cenno di riscontro a quanto emerso dall’indagine dell’Autorità per la Concorrenza e per il Mercato non già in merito all’abuso di posizione dominante, sulla quale l’Autorità è competente a pronunciarsi, come di fatto si è pronunciata con un multa di oltre duecentosettantamila Euro nei confronti di Estra, bensì circa il comportamento di quei dirigenti che dimostravano di esercitare, con la disinvoltura tipica di chi è abituato a farlo normalmente, un’attività di controllo e di ingerenza nei confronti della giunta provinciale e delle giunte comunali della provincia di Prato.
In che cosa consista esattamente, sotto il profilo penale, questo comportamento, noi cittadini non lo sappiamo e non siamo in grado di giudicare. Non ci permettiamo, dunque, di esprimere un parere che è di competenza dei magistrati.
A noi cittadini non resta che la sgradevole, ancorché legittima, sensazione di un non leggerissimo voltastomaco. E questo possiamo, vogliamo, dobbiamo dirlo. E’ un nostro diritto.
A meno che non vengano ancora tirati fuori discorsi di polemica politica che, in questo caso, farebbero la figura dei cavoli a merenda.

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