Esistono persone di una certa classe politica che si muovono come su una scacchiera e ancora a quasi tre anni dalla sconfitta alle amministrative comunali di Prato, vivono in un incubo ricorrente. L’incubo ricorrente è rappresentato come spauracchio dal quel Roberto Cenni che il 22 giugno del 2009 ha turbato le notti (e i giorni) di certi personaggi avvezzi a stare adagiati su triclini dorati a gustarsi i prelibati frutti delle partecipate cittadine. Novelli neroniani che suonavano la lira (le lire..le nostre!) mentre intorno tutto bruciava in un contesto di nequizia e superbia e che adesso si sono ritrovati ai margini della scena alienati e consumati da quelle stesse fiamme che loro stessi avevano scelleratamente prodotto. E da essere stati vampiri, adesso si ritrovano zombie che senza volontà si trascinano senza una mèta, senza un obiettivo e senza un progetto nuovo. Un girovagare su se stessi come sincopatici che neppure una nuova legge Basaglia potrebbe fermare.

Ne è un’ennesima riprova un intervento pubblicato su un giornale locale accondiscendente, che lascia sempre qualche trafiletto ai soliti noti, come si lasciano spazi alle necrologie. Un’altra prova scritta di come certa gente ancora non abbia capito, loro per primi, che la sconfitta è arrivata dalla cittadinanza tutta che ha bocciato tanti e tanti anni di parossismo sordità miopia e ignavia. E ancora paragonano in sindaco Cenni a un’esemplificazione trasfigurativa onirica dell’ex-premier Berlusconi e agiscono di conseguenza. Con argomenti collaudati e preconfezionati che ben si confanno al bersaglio di turno. E allora ecco le difese della magistratura, che però sancisce a senso unico senza accorgersi dei conflitti d’interesse e di posizioni dominanti sul mercato oltre il limite della decenza; ecco le difese del curatore fallimentare, che però accetta un incarico in malafede sperando che ai tempi di comunicazione globale la sua candidatura a sindaco in opposizione a quella di Cenni viene ribaltata in negativo; ecco il ricorso alla crisi economica, che non importa sia globale ma che fa sempre presa sull’elettorato e che si può usare tutte le volte che uno vuole per riempire pagine e pagine di retorica; ecco il ricorso a parole forti come “isolare la magistratura” e “tribunali speciali“. Tutti i pezzi posizionati su un’ipotetica scacchiera metaforica all’ombra di palazzo Pretorio. Tutti pronti per aperture collaudate. Ma non basta.

Da ottimo scacchista riconosco sempre le aperture di tipo spagnolo, inglese, semiaperta, di pedone d’alfiere ed eccentrica e quindi non ho difficoltà a parare le mosse e contrattaccare. In questo caso sulle contraddizioni delle metafore usate e che sono facilmente smontabili in quanto preconcette e preconfezionate.

L’isolamento della magistratura è una baggianata unica giacché è garanzia di legalità in quanto presieduta dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Chi afferma una cosa simile dovrebbe essere punito in base all’art.278 del cpp. per vilipendio al Capo dello Stato. Ovviamente è solo una forzatura astrusa tanto per scrivere qualcosa e da contrapporre. Un pedone contro un pedone insomma, ma di sicuro effetto per bloccare o invertire un intera partita. Insomma, parole vuote che però in un contesto più ampio, potrebbero rafforzare o meglio, puntellare, altri concetti.

Citando i tribunali speciali io credo che si voglia andare a parare verso un determinato excursus storico ben definito. D’accordo. Come un affondo di una torre, capisco la pericolosità della mossa ma i miei pezzi mi permettono pure di ricordare che la Costituzione dell’URSS del 25 febbraio 1947, capitolo IX art.102 prevedeva tribunali speciali “istituiti per decisione del Soviet Supremo“. Sono forse questi i tribunali speciali di cui si parla? No, ma sicuramente sono ANCHE questi! E qui consiglio di leggersi Simone Weil, La verità, in La prima radice, ed. Leonardo con la sua meravigliosa chiosa finale: Non è possibile soddisfare l’esigenza di verità di un popolo se a tal fine non si riesce a trovare uomini che amino la verità. Quindi la potenza delle torri è inverosimilmente relativa alla scarsa flessibilità. Come le parole o le affermazioni, devono essere appropriate se vogliono avere efficacia.

Continuando l’ipotetica partita a scacchi, mi accorgo della difficoltà latente dell’avversario quando usa la mossa difensiva per eccellenza: l’arrocco. Negli scacchi l’arrocco è quel movimento che comprende due mosse in una e che viene riproposto con l’ausilio di plauso alle forze dell’ordine e di monito alle liste civiche. Ma da movimento difensivo preannuncia la prossima caduta e contraddice la strategia dell’intera partita. Infatti non si può esprimere solidarietà alle forze dell’ordine e demistificare le stesse, quando sono impegnate nelle operazioni anti evasione che alimentano il distretto parallelo. In più non ci si riferisce allo sproposito dell’etica delle Liste Civiche quando chi accusa, di civico non ha mai avuto niente. E circa etica e moralità anzi conferma nei quadri dirigenziali nazionali chi, da democristiano, ha accusato il magistrato antimafia Falcone, ha avuto vari avvisi di garanzia anche per corruzione aggravata e condanna in via definitiva per diffamazione aggravata.

Scacco matto! La partita è finita con l’esito certo di chi ha l’esperienza e la giusta dose di sagacia nel perseguire i suoi obiettivi, avendo la certezza di saper muovere al meglio tutti i pezzi a propria disposizione. E anche le parole e gli argomenti.

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