Pamela Bicchi, Presidente della Fondazione CSN Centro di Scienze Naturali

Pamela Bicchi, Presidente della Fondazione CSN

Il coraggio di Pamela
di Giacomo Fiaschi

Era da una vita che non rimettevo piede nel Centro di Scienze Naturali di Galceti. C’ero stato, l’ultima volta, all’inizio degli anni ottanta per salutare Gilberto e Deanna Tozzi, che avevo conosciuto una quindicina d’anni prima, in occasione della mostra “Arte e Natura” allestita nei locali del Caffè Bacchino. Un’idea indubbiamente geniale che introduceva, con largo anticipo, a quella che sarebbe stata negli anni avvenire la cultura dominante alla quale si sarebbero ispirate moltissime iniziative di varia tendenza, non ultima quella politica.

L’idea era, sostanzialmente, quella di dar vita ad una specie di oasi naturalistica, dove flora e fauna avrebbero trovato uno spazio di rispetto, sottraendosi agli effetti spesso devastanti di un’antropizzazione del territorio sempre meno integrata con l’habitat naturale. Nulla a che fare, quindi, con lo zoo tradizionale che interpretava un concetto di fondo diametralmente opposto ritagliando, all’interno del contesto urbano, uno spazio che di naturale ed ecologico aveva, nel migliore dei casi, solo le apparenze. Nel progetto annunciato dai coniugi Tozzi si prevedeva di dar vita ad un’esperienza esattamente contraria: gli animali presenti in questo ambiente non avrebbero, infatti, subito la violenza di piegarsi allo scopo di fornire un’attrazione ad un “pubblico”. Avrebbero, invece, mantenuto il loro stato di libertà, al riparo da tutte quelle violenze, fisiche e psicologiche, che lo stato di cattività inevitabilmente produce.
In quest’oasi naturalistica si sarebbe, casomai, provveduto alla riabilitazione di quegli animali che, a causa del bracconaggio, di una inadeguata custodia o di quant’altro si fossero trovati nelle condizioni di aver bisogno di quelle attenzioni che le strutture ordinarie della medicina veterinaria non avrebbero potuto, per una ragione o per l’altra, garantire. Devo dire che rimasi impressionato da questa sensibilità, e dalla valenza educativa e scientifica di questa iniziativa.
Questo era, nel mio ricordo, il Centro di Scienze Naturali della mia città, dalla quale ero emigrato da una ventina d’anni.
Le ultime notizie che avevo avuto occasione, lo scorso anno, di leggere sulle cronache locali mi lasciarono l’amaro in bocca. La prima cosa che mi colpì non fu tanto la notizia della chiusura disposta dal tribunale quanto, piuttosto, l’apprendere che alla guida di questa struttura fossero ancora le stesse persone che, a più di quarant’anni di distanza, le avevano dato vita.
E, nel leggere la cronaca del caso, mi tornò alla mente un altro episodio che quasi cinquant’anni prima, più o meno negli stessi anni in cui i coniugi Tozzi presentavano alla cittadinanza, con la mostra Arte e Natura, il progetto del Centro di Scienze Naturali, gettava un’ombra triste sulla città: quello dei Celestini.
Anche in quel caso fu di scena il degrado di un’idea di per sé mobilissima. E anche in quel caso il degrado era andato via via crescendo di pari passo con il progressivo avanzare dell’età della persona che aveva dato vita all’iniziativa.
Una strana, maledetta condanna sembra aver piegato questa città alla pena di subire le sconfortanti conseguenze d’una vecchiaia che trascina ogni cosa, anche la più bella, innovativa e geniale, nella ineluttabile deriva di una senilità tristissima. Tristissima perché sterile e infeconda. E d’improvviso mi ha colpito la luce sinistra che illumina la scena pratese. Una luce che fornisce una chiave di lettura allucinante.
Questa luce chiarisce la scena di più di mezzo secolo di accordi sottobanco che, in un passato sempre più remoto, erano gestiti abilmente da personaggi ormai scomparsi i quali erano capaci di garantire, sia pure al prezzo d’un pragmatismo che talvolta, per non dire spesso, sfiorava il cinismo, non solo una certa stabilità, ma anche quella soglia minima di dignità alle istituzioni e alle persone che nella città vivevano.
Poi i tempi, a Prato, sono cambiati e quegli stessi accordi, che anni fa chiamai “patto di titanio”, passarono nelle mani di chi, dei predecessori, era in grado di riproporre solo le qualità meno apprezzabili. E fu l’inizio della fine. La fine di molte cose, fra le quali quel Centro di Scienze Naturali che, abbandonato a sé stesso, è finito in una malinconica e tristissima deriva con le conseguenze ineluttabili che abbiamo avuto il dispiacere di constatare visitandone la struttura in questi giorni. Ad accompagnarmi era la Presidente Pamela Bicchi, che da un anno sta lavorando ogni giorno, con la competenza e con la dedizione che solo una persona delle sue qualità umane e culturali può mettere a disposizione, per riformare intorno al CSN quel contesto di professionalità e di competenze scientifiche assolutamente indispensabile affinché il Centro torni ad essere quel polmone di arte, natura e cultura che il progetto originale prevedeva e che potrebbe, realisticamente, diventare se agli sforzi eccezionali dell’attuale presidenza verrà corrisposto in modo adeguato e dignitoso da parte non solo di tutte le istituzioni ma anche, aggiungo, di quei privati i quali, non intrappolati da una logica del profitto di basso profilo, riusciranno a comprendere che il bene comune implica ed amplifica anche quello particolare, aggiungendo al beneficio privato quel valore inestimabile rappresentato dal bonum commune.
Solo così la passione, la competenza, l’onestà intellettuale, la generosità e, soprattutto, il coraggio di questa giovane Presidente potranno assicurare alla città un prezioso spazio da condividere per la gioia e il benessere di tutti.
Pamela ha saputo gettare il cuore oltre l’ostacolo di ogni difficoltà, di ogni insidia, di tutte le trappole che gli si sono parate di fronte. Adesso tocca alla città, ai pratesi che amano Prato aiutare il Centro a voltare pagina, a reinventarsi un presente che lo riscatti dall’abbandono di un periodo di declino che ci auguriamo di poter archiviare il prima possibile.

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