Non piacciono le parole di Riccardo Marini Presidente uscente dell’Unione Industriali, nella sua lettera alla città. Una analisi molto limitata che fotografa una realtà ben diversa. Ovviamente non si possono negare gli errori del passato generati da scelte politiche, sociali ed economiche errate o le decisioni confusionarie attuali come il Creaf o l’immobilismo sospetto degli industriali sulla questione del raddoppio della declassata.


Argomenti trattati più volte su cui è inutile tornare per non scendere ancora una volta in sterili polemiche sempre più dannose per i pratesi. Stupisce invece la parte della lettera dove scrive: “Mentre gli economisti ci dicono che il nostro paese sta in piedi grazie all’export, proprio ora Prato sembra aver smarrito il senso della sua identità manifatturiera” . Dalla posizione che occupa, dovrebbe ben conoscere la realtà europea, mondiale e che l’export pratese non dipende dal nostro smarrimento. Forse è vero, qualcuno si è arreso prima ed ha preferito vendere baracca e burattini e dedicarsi ad altro trovando in alcuni casi anche notorietà, ma la nuda e cruda verità è che il mondo non compra più i nostri prodotti. In poche parole, buona parte della crisi dell’export a Prato è cominciata poco più di dieci anni fa quando la maggioranza dei confezionisti o comunque importatori dei nostri prodotti manifatturieri, hanno chiuso i battenti in Germania, in Francia , in Inghilterra. Dopo di che sono arrivate le assurde scelte del Governo Europeo quando era presidente l’italiano Romano Prodi e come ministro del Governo italiano del commercio estero c’era Piero Fassino, che non hanno pensato assolutamente di proteggere i prodotti italiani, avallando quel maledetto trattato del WTO. La testardaggine di alcuni imprenditori di fossilizzarsi su un solo prodotto e l’eccessiva permissività della nascita del distretto parallelo ha fatto il resto. Perché non bisogna dimenticare che le esportazioni di confezioni, benché rappresentassero una quota minore su tutto il resto, per molte famiglie pratesi erano una importante e determinante fonte di sostentamento.

E’ anche chiaro che il futuro dei nostri articoli manifatturieri a parte qualche prodotto di nicchia, non è roseo. La situazione nazionale e ancora una volta anche quella europea non ci rende competitivi. Le recenti manovre economiche, il continuo aumento dei costi dei prodotti petroliferi, oltre a svuotare le tasche dei cittadini stanno mettendo in seria difficoltà le aziende, costrette per rendere più appetitivi i loro prodotti a rivalersi sulla loro forza lavoro.

Detto questo non si capisce perché risulti sconcertante per Marini un tentativo di diversificare le possibilità economiche e imprenditoriali cercando nuove strade e sfruttando nuove idee.

Per il sito di Gonfienti, di cui molti personaggi illustri ne parlano solo ora, occorrerebbe smettere di porlo al centro di un contenzioso politico usato per screditare un comune, che dopo decine e decine di anni non rappresenta più una parte politica. Per di più si commette un grave errore a confrontarlo con quello di Marzabotto, paese famoso soprattutto per altre vicende storiche. Non me ne vogliano i suoi abitanti, ma un conto è avere una tal ricchezza su montagne impervie, un conto è averla vicino a splendide e facilmente raggiungibili città toscane ancor più rivalutate dalla necropoli etrusca.

Se il turismo rappresenta il 6% del Pil toscano, una cifra che tra l’altro non ritengo veritiera, perché non aumentarlo includendo anche Prato? Questione di vedute, di mentalità imprenditoriale, di interessi? Può darsi, ma un imprenditore che nella sua azienda ha più reparti produttivi e si accorge che un bene non tira e non rende più come prima, ed ha un reparto che ancora non ha sfruttato e non è stato interessato da investimenti, ma che ha una resa economica costante, ha l’obbligo di tentare anche quella strada. Questo non vuol dire dimenticare le proprie origini, abbandonare ciò che ha reso Prato famosa nel mondo, significa affiancare per sostenere, ampliare la visione per rinnovarsi.

Prato non è Firenze, non è Siena, non è il Chianti, ma nel suo piccolo solo per citarne alcuni ha Palazzo Pretorio riaperto al pubblico solo negli ultimi due anni, Palazzo Alberti aperto una volta l’anno, la piazza più grande d’Italia, le Chiese, il Sacro Cintolo, la speranza di vedere decollare una volta per tutte il Museo Pecci, il CSN, il Monteferrato, il Parco delle cascine. Il tutto in un comprensorio verde che spazia dal Montalbano agli appennini, ricco di prodotti e manufatti tipici, di feste, sagre (a Vernio esiste la più antica d’Italia), il tutto non valorizzato come si deve. E’ vero, non dobbiamo illuderci, tutto questo non sarebbe la salvezza di Prato, e non rappresenterebbe totalmente il nostro futuro, ma nelle parole di Marini non c’è questo necessario incoraggiamento e non incentivare questo valore aggiunto che abbiamo, significa avere una visione errata del futuro.

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