Il marchio CE

Di Ginevra

Prato come Cortina: i dati emersi dal Piano di controllo economico del territorio della Guardia di Finanza dal 12 al 18 marzo, appena una settimana di monitoraggio fiscale a tappeto, hanno permesso di fotografare uno scenario poco distante dal paradiso dei ricchi e evasori. Un negozio su tre, stando al bilancio delle Fiamme Gialle, non emetterebbe scontrino fiscale.

Ma il quadro ha contorni ben peggiori se ci si sposta in un’area precisa: Chinatown. Su 39 attività commerciali controllate, ben 32 sono state trovate non in regola. Un numero significativo se si rapporta a quello che ha riguardato negozi gestiti da italiani: su 91 un terzo, più precisamente 32, sono stati accusati di mancata emissione di documenti fiscali.
A cadere sotto l’occhio vigile dei finanzieri pasticcerie, ristoranti, ambulanti, alimentari, parrucchieri, centri estetici, erboristerie, negozi di abbigliamento e calzature.

A certi numeri, confessano i finanzieri, ci si è ormai abituati; stavolta lo stupore viene da un altro ambito: quello dell’industria tessile . Magari domani sui quotidiani non farà notizia, mancheranno i titoloni e l’attenzione andrà ad altri dettagli estrapolati da una conferenza stampa che di spunti ne aveva fin troppi: lavoro nero, clandestini, stanzoni con annessi loculi-dormitorio, evasione.
Eppure quello che hanno scoperto gli uomini del Comandante Reolon è da titolo in prima pagina, almeno per una città come quella di Prato, martoriata da anni dal falso, dal prodotto made in China fuori dalle regole. Ieri davanti agli occhi attenti dei finanzieri sono apparsi 300 mila prodotti per l’industria tessile, da macchine da cucire a componentistica meccanica per filatura e tessitura, il tutto rigorosamente sprovvisto dei requisiti obbligatori per la commercializzazione in territorio italiano. Nessun marchio CE, insomma . Macchine da cucire e componentistica, secondo una prima ricostruzione della Guardia di Finanza, sarebbero stati prodotti in Cina, Indocina e nell’est Europa a prezzi stracciatissimi.
Il punto vendita della merce era nel cuore di Chinatown, nell’area di via Pistoiese; il deposito invece nell’area industriale del Macrolotto. Per il rappresentante legale della società è scattata la segnalazione alla Camera di Commercio.
Notizie che ormai non lasciano più traccia, che domani saranno lette con la solita fretta di chi si è rassegnato ad un commercio parallelo ed illegale. E solo chi ci tiene a far rialzare la testa alla città si renderà conto che ancora una volta Prato è stata ferita e violata.

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