Paesaggio Scozzese

Paesaggio Scozzese

La Stanza di Antonella

di Antonella Sarno

La signorina del Lochcarron visitor centre era visibilmente sollevata quando, finito il giro dell’azienda, assolutamente su prenotazione e a numero chiuso, ci accompagnò all’uscita. L’avevamo visibilmente messa in difficoltà. Troppe domande e tutte troppo tecniche perché fossimo soltanto turisti alla ricerca di vacanze alternative. Indispettita, glissava sulle nostre curiosità approfittando della difficoltà della lingua che nei borders non è più neanche inglese. Alla fine del percorso però le fu chiaro, nonostante l’uso improprio del suo idioma, noi della più famosa industria tessile di Scozia avevamo capito abbastanza.

Era tutto molto strano. Perché avevamo trovato sparsi per tutto il territorio scozzese tartan e labels aziendali. E invece nello stabilimento non c’era nulla. Dei vecchi Crompton a scassettamento a navetta piccola, pochi Somat a ratiera alta, qualche balla di filato greggio. E solo due donne a smollettare su un vecchio tavolo di legno.

Troppo poco per le quantità valutate da un’occhio esperto. Niente zona rifinizione tessuti, una tintoria a rocche con asciuganti ad armadio e un orditoio a stecche di legno che da noi sarebbe figurato bene al museo del tessuto. Alla nostra richiesta sullo smaltimento dei sottoprodotti la risposta ci sembrò una bugia a copertura di una marachella infantile. Si, in realtà esistevano piccole aziende familiari sparse lungo il Tweed, ed ognuno provvedeva a modo suo. Noi che lungo il Tweed avevamo visto solo greggi e fattorie ci lanciavamo occhiate complici e qualche sorriso ironico. Qualcuno da qualche parte del mondo tesseva per Lochcarron , ma con evidente vergogna si mentiva sul chi e sul dove. Niente di importante in fondo, per noi pratesi già vittime del mercato globale, perfettamente consapevoli del ruolo e delle condizioni imposte da certi meccanismi.Ma quello che colpì il nostro orgoglio di designer, tessitori e venditori di tessuti similari, che tante volte avevamo spedito tessuti nel mondo come scozzesi DOC, fu la stanza del tesoro. E lì il paragone col nostro ci fece sentire miseri. E per fortuna la Miss non si accorse di nulla .

Perché tutto il Know How era sotto tutela, e lo studio interno si avvaleva di personale selezionato e preparatissimo in camice bianco. In alto accanto al logo aziendale, prezioso come uno stemma nobiliare, c’erano i figurini di Vivien Westwood. Il tributo più grande era per lei che aveva riportato a casa il valore unico della tradizione e ne aveva fatto un segno distintivo dell’attualità più fashion. Poi la foto con dedica di Sean Connery che indossava un tartan esclusivo. Un altro particolarissimo studiato e disegnato per commemorare Lady D avvolgeva una sua immagine a grandezza naturale.In qualche modo questa gente aveva ampliato il mercato, cercando partner validi e affidabili. Ma non aveva svenduto le proprie competenze. Nessun protezionismo, nessuna chiusura mentale: solo un sano orgoglio preso a cuore dalle istituzioni come senso di appartenenza e lasciato fruttare come tutti i buoni impegni. Di fronte a questo ci siamo sentiti avviliti. E anche sicuri di una fine inesorabile e lenta, come quella di un condannato a morte lasciato completamente solo e senza nemmeno la presunzione di innocenza.E’ notizia di questi giorni che il presidente della provincia si è recato in Cina, cercando nuove proposte di mercato per le nostre aziende. Il ponte Italia Cina ha coinvolto industriali pieni di interesse, che in gruppo stanno valutando tutte le opportunità di una forte collaborazione. Niente di male, se non fosse che ogni volta che i nostri vanno in Cina per vendere tornano comprati. Mi chiedo poi cosa possono offrire dei morenti ad un potere economico fortemente centralizzato come quello cinese oltre sé stessi ? Temo questo, pensando anche alla mia visita recente da Lochcarron e a quello che ci manca.

Stilisti capaci di valorizzare il made in Italy, quello vero. Le esperienze, gli studi, le realizzazioni uniche che ci hanno caratterizzato e che non sembrano più rientrare nelle logiche dei loro profitti. Una classe di industriali attenti a non svendere nulla delle nostre competenze tecniche, pur creando reti e contatti di lavoro per mantenere competitività. E che portino nel cuore il loro paese a motivo di orgoglio, per non giungere mai a compromessi e non lasciare nessun progetto innovativo in mani altrui.Una politica attenta che conservi intatto il nostro patrimonio, le nostre tradizioni, e investa risorse pensando soltanto a realizzare futuro

Ma l’impressione è che ogni volta si perda qualcosa, e che qui ognuno giochi per sé: gli stilisti, il presidente della Fondazione Italia-Cina Romiti, Gestri e il Console, gli industriali e Xu Qiulin cioè Giulin. L’imprenditore pratese membro dell’unione industriale, che qualcuno oramai chiama addirittura Giulini, e che si è fatto garante di tanta lodevole iniziativa. Non possiamo chiedere perché un personaggio al quale diverse volte è andata a fuoco l’azienda e che è stato indagato a più riprese per affari strani all’interno della sua comunità, sia il braccio destro del presidente della provincia e il primo referente dei rapporti commerciali con la grande potenza asiatica. Perché secondo le fonti ufficiali tutto è sempre rientrato, e si sa che senza fatti accertati tutti qui sono innocenti. Nel nostro paese garantista non si chiedono migliori spiegazioni, e si può approfittare anche dei ruoli acquisiti da personaggi strani per fare business. E poi diciamolo, Giulin non è mica il sindaco Cenni!

Auguriamoci come sempre la miglior fortuna. A presto.

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