Non abituarsi per non rassegnarsi.

Inaspettatamente ricevo una visita di un conoscente che viene dall’Emilia Romagna, un amico di famiglia che un tempo risiedeva a Prato e che per motivi personali e lavorativi ha scelto di risiedere altrove. Decido con lui di fare un giro in quella che è la città dove siamo nati per mostrargliela e gli occhi attoniti e la voce sconcertata dicono molto più di ciò che le parole riescono ad esprimere. Il pensiero di quest’uomo “qualunque” è quello di molte persone che tornano a Prato dopo almeno un decennio, trovando una situazione di degrado e una città alla mercè di se stessa. “Sembra di vivere in una metropoli del SudAmerica” continua a ripetere questa persona, con  l’incredulità di chi vede persone spacciare in pieno centro storico, e assiste a  crimini e rapine sotto i suoi occhi.
Incredulo mi chiede come siamo potuti arrivare a tanto degrado. Non so dargli una risposta. Gli parlo della crisi economica, di come molte persone del luogo si concentrano sul doversi reinventare un lavoro, una professione che la globalizzazione e tanti altri fattori hanno spazzato via. Forse i due fenomeni, mi dice, sono strettamente collegati, in maniera così inscindibile che è difficile capire dove inizia uno e dove finisce l’altro. Quello che ho ricevuto oggi è stato un colpo al cuore, l’ennesimo, causato dalle ferite laceranti dei giudizi impietosi che arrivano da gente comune, che non hanno assistito giorno dopo giorno ad una trasformazione così radicale del posto in cui vivono.
Essere pratese tempo addietro era simbolo di laboriosità, dell’industria e dell’artigianato del tessuto, di una classe medio-borghese che si poteva permettere di far vivere dignitosamente la propria famiglia.
Tutto questo è stato cancellato sotto il peso della delinquenza, di una concorrenza sleale favorita da persone “furbe” che hanno sfruttato mano d’opera a basso costo per poi vedersi sfuggire il fenomeno di mano con le conseguenze che tutti conosciamo: un centro storico (e non solo) che vive con la paura costante di un furti nei locali o a danno della gente che passeggia, locali fatiscenti senza nessuna rispondenza a norme edili, sprechi e nessuno che abbia mai cercato di mettere un freno a tutto questo. Mentre la politica di palazzo, da una parte, mostra la sua parte intollerante fino a sfiorare la xenofobia, per altri questa situazione è “la normalità”,  “una logica conseguenza di una società multietnica”.La domanda che pongo a queste persone è semplice: avete mai messo piede fuori dalla nostra città per capire l’assurdità della situazione che stiamo vivendo? Prato è una provincia di circa 250.000 abitanti dichiarati all’anagrafe e una gran parte che invece non risulta registrata,  vive in luoghi dove la destinazione d’uso dei locali è commerciale/industriale (a volte in 20, 30 persone) dove non c’è una parvenza di umanità, di igiene, di sicurezza. Le città europee dove il processo di integrazione è ben avviato, non sono affatto in queste condizioni, non ci sono episodi di razzismo, di xenofobia (sempre più rari anche da noi) le entrate/uscite dei flussi di denaro sono controllate, c’è un tessuto sociale dove non c’è distinzione fra cittadini autoctoni o extracomunitari, entrambi sono controllati da leggi severe e pene dove vige uno stato di diritto. Possiamo dire lo stesso? A mio avviso l’ordinanza che il Tar ha appena bocciato era palesemente sbagliata e dimostra come la mancanza di poter mettere un tampone a questa crisi sociale porti a decisioni affrettate e non ponderate. Oramai questa città è un lembo di mondo dimenticato da tutto e da tutti: chi intende governare non ha la possibilità di stabilire un quieto vivere con le risorse che si hanno a  disposizione, di far valere le leggi dello stato o regolamenti comunali/regionali esistenti. Alla fine a delinquere sono persone di tutte le etnie perché la normalità risulta essere questa. Se pensiamo infatti che siamo la seconda comunità cinese d’Europa (dato che a Prato vi sono varie comunità ma quella orientale è la più numerosa)  e che le altre città dove il fenomeno di integrazione è in atto hanno dimensioni molto più grandi della nostra provincia, ci accorgiamo della difficoltà a cui andiamo incontro, compresa quella di impartire un’educazione alle persone che arrivano, cosa che risulta difficile, dovendo rivolgersi a persone abituate a tradizioni e spesso anche a leggi completamente diverse.
Oramai  sembra  normale anche ciò che in molte altri luoghi non lo è: chi si scandalizza davanti ad un capannone pieno di persone dove si mangia si dorme, si lavora senza scarpe infortunistiche, i macchinari non hanno la marcatura CE e la fatiscenza prende il sopravvento? Nessuno. In molti altri posti tutto ciò farebbe scattare comitati, o rivolte. Abbiamo già passato questa fase e ci siamo arresi, abituati. Ormai ci conviviamo. Non ci fa specie sapere che una ditta cambia ragione sociale ogni due anni per pagare meno tasse (il cosiddetto “avviamento”) non ci scandalizziamo se alcune zone della città sono sotto il dominio di spacciatori o criminali  e se, per una qualsiasi persona normale, diventa impossibile percorrere quelle vie senza essere rapinati. Lo sappiamo. La nostra situazione è eccezionale, sotto tanti punti di vista e ciò che manca sono leggi ad hoc per il sequestro dei capannoni (che ritornano in mano dei proprietari dopo alcuni mesi) e dei macchinari senza dispositivi di sicurezza. Ma, soprattutto mancano mezzi e risorse perché la situazione torni vivibile.
Quando vengono reporter americani a fare un servizio sulla nostra città rimangono sconcertati, ciò dovrebbe fare riflettere che non è assolutamente normale ciò che molti ci vogliono propinare come tale.  Nessuno di noi vuole imporre che non vengano festeggiate le loro feste, ma da buon viaggiatore ho sempre saputo che quando vado in un posto, si deve prima di tutto conoscere le  tradizioni di un popolo, avere il dovuto rispetto delle leggi e delle usanze: nei miei viaggi in alcuni paesi dove vige l’integralismo islamico ho imparato questo, a costo della sopravvivenza stessa.
Portare rispetto per altri popoli e culture  è una cosa talmente logica perché non lo si deve pretendere? Quando si cerca di spiegare ciò  si viene chiamati razzisti. Ma è razzismo imporre le nostre leggi, in linea con il dettato costituzionale? E’ razzismo quando un poliziotto ti dice che quello che viene fatto adesso nei confronti di alcune imprese o persone è ciò che doveva essere fatto un tempo o si doveva prevenire perché la situazione non degenerasse fino a questo punto? L’individualismo che ci pervade dovrebbe abbandonarci per un attimo e sarebbe giusto riflettere: noi (intesi come collettività , nessuno escluso) dobbiamo  essere buoni cittadini, isolare chi delinque,chi non rispetta le leggi in materia di lavoro e magari educare chi sceglie un modo sbagliato di vivere. Perché in questo clima di “legittima illegalità”  chi delinque non sono solo cittadini extracomunitari: tutti trovano terreno fertile per fare ciò che più gli aggrada (dalle rapine allo spaccio di droghe pesanti). Chi ricorda Prato come era un tempo, chi si rammenta della città che lavorava e si affermava, tutto questo non lo può accettare. Abbandonando per un attimo lo sconforto,le nostre ideologie (destra o sinistra o quant’altro) dovremmo fare un giro nei paesi più evoluti del nostro per renderci davvero conto dell’eccezionalità di questa realtà, per capire i nostri errori e alzare la testa e per risorgere non come individui ma come collettività.
Chi continua a negare questa evidenza o vive in un posto diverso, o ha interessi (di qualsiasi tipo) affinché tutto resti così, o cosa peggiore di tutte, si è abituato.

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