Nella Grecia del 500 A.C. chi aveva idee contrarie alle leggi comuni oppure chi accentrava troppo potere, poteva essere condannato all’ostracismo. L’ostracismo era un esilio imposto, della durata di circa 10 anni e deriva da ostrakon ossia un frammento di vasellame usato per la votazione con inciso il nome di chi si voleva esiliare. Gran bella cosa la democrazia ateniese, la culla della civiltà e dei liberi pensatori filosofici.
Catapultandoci ai giorni nostri, la democrazia della Rete impone determinate regole di comportamento e di netiquette (sincrasi del vocabolo inglese net=rete e quello di lingua francese étiquette=buona educazione) che, all’opposto della maniera ateniese, impone una difesa dall’invadenza del mondo esterno. Avviene così che, a tutela della nostra privacy, è necessario fare un ostracismo al contrario: lasciare filtrare solo determinati argomenti, situazioni o persone.
Questa giusta regola però si azzera quando noi stessi, per primi, ci poniamo in gioco sui social network ed esprimiamo un’opinione o un nostro pensiero personale su un determinato argomento, oppure scriviamo o diciamo qualcosa facendo partecipi altri delle nostre idee. In questo caso è opportuno pensare che, come noi abbiamo evidenziato la nostra idea, anche altri proporranno la loro e può darsi che tante volte non collimerà con la nostra. In una situazione del genere è necessario un pacato e civile confronto per trovare un punto di accordo, oppure tesi per rafforzare ognuno le nostre posizioni, come appunto succede su Facebook: una piattaforma di socializzazione di massa che ti permette di interagire con persone conosciute e sconosciute. Facebook è comunicazione, la declinazione di ciò che in partenza era un social network in un mezzo di comunicazione totale. Perchè non si tratta solo di uploadare una foto, commentare un link o ascoltare una canzone: si tratta di comunicare!
Purtroppo tante volte chi crede di saper comunicare è talmente sicuro di ciò e talmente pieno di sé che non tollera chi possa adombrarlo o chi metta in discussione il suo pensiero, ed è talmente convinto delle sue asserzioni da pretendere dagli altri una logica da sindrome del guerriero di Hokuto: hai 10 secondi per dirmi che ho ragione, sennò sarai morto.
Insomma un vero e proprio fascismo oscurantista da parte di chi, a parole, si ritiene garante delle altrui libertà d’opinione.
Questi messia laici pronti si alle rivoluzioni, ma che si guardano bene dal confondersi con il popolo, non si rendono conto quanto lontano siano dalla realtà. E non si rendono conto neppure del fatto che il loro principale ostacolo è proprio quell’antipolitica che essi stessi tendono a costruire con vorticosi giri di parole e di censure. Un’antipolica censorea di mancato confronto, che fa pensare all’Adelchi morente: “non resta che far torto o patirlo”, oppure quella di Creonte, nell’implacabile antagonismo di amico/nemico con Antigone che si realizzerà solo nell’Ade. Ma, più banalmente, c’è quella dei cialtroni che accendono discussioni, danno il via a sospetti e a risentimenti, lanciano proclami e cercano in tutti i modi di affossare i contrari e i non conformi a un ideale politico, lasciando spazio a veleni autoritari e dannazioni di stampo dantesco. Un atteggiamento tipico di chi soffre l’intelligenza, non ha padronanza di lessicismi e non riesce ad instaurare un rapporto relazionale con i suoi interlocutori che riescono a fargli perdere le staffe, perché per scrivere e per parlare ci vuole tanto coraggio e le parole si ammucchiano, spingono e vogliono essere espresse, apparire nella loro chiarezza e anche nei loro lati bui; perché così sono le parole: istintive e frenetiche. Ti percorrono la mente, ti entrano nello stomaco, ti tormentano, finché non le tiri fuori. Ma contro i limiti culturali e relazionali non c’è cura.
Bisogna imparare a rispettare gli altri per essere rispettato per ciò che si vale, poco o tanto che sia.

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