Ognuno è servo a modo suo.
di Giacomo Fiaschi
Tunisi, 9 Aprile 2012

Mi dicono che c’è in giro una persona che, forse con la speranza di attirarmi una polemica, mi affibbia per iscritto su un social network l’epiteto di servo, riferendosi alla mia amicizia e stima per Roberto Cenni.

Pare che costui sia non so bene se il proprietario o uno speaker, o entrambe le cose, d’una radio su web, e che si distingua per l’abituale volgarità con la quale si esercita con assiduo impegno a sparlare di chiunque osi coltivare idee e opinioni diversi dalle sue.  Sic stantibus rebus, lo autorizzo sin d’ora, se vuole, ad usare, riferendosi alla mia persona, ogni tipo di insulto che gli viene in mente: detto da lui lo considero, infatti, un vero onore. Niente polemica dunque. Si accomodi!

Detto questo e -visto che mi segue con tanto interesse- con la quasi certezza che leggerà queste poche righe, vorrei solo precisargli un paio cosette, che magari non gli faranno piacere ma che, a onor del vero, è giusto che si sappiano.

La prima è che sono fiero di essere considerato servo di chi ha avuto il coraggio di affrontare, iniziando a smantellarlo dalle fondamenta, quel vero e proprio letamaio che qualche anno addietro definii patto di titanio, ossia tutto il groviglio di accordi sottobanco che venivano presi da chi faceva finta di governare la città e da chi faceva finta di fare opposizione in consiglio comunale.

La seconda è che, non essendo Roberto Cenni proprietario né di un giornale, né di una televisione, e neppure di uno straccio di radio sul web, è a dir poco paradossale che, proprio da parte di chi ne ha una a sua disposizione, il sottoscritto venga definito, oltre che servo, anche un Emilio Fede.

Vedo, oltretutto, sul sito web della sua radio, la pubblicità di una nota società partecipata nei confronti della quale non ho mancato, negli ultimi mesi, di esprimere opinioni piuttosto esplicite che non possono dirsi esattamente lusinghiere.
Nulla di male, per carità: viviamo in democrazia e, in democrazia ogni servo, o Emilio Fede che dir si voglia, è libero di scegliersi il padrone che vuole.
La differenza fra il mio e il suo essere servo, o Emilio Fede di qualcuno sta proprio qui: lui si è scelto un padrone che lo paga con i soldi, io me ne sono scelto uno che mi paga con il suo impegno civico a servire la città che amo.

A lui, dunque, i quattrini e a me l’orgoglio di servire un sindaco che, per la prima volta, non scende a compromessi con gli intrallazzi di un ambiente corrotto e corruttore. A lui i soldi della pubblicità e a me la libertà di dire quello che voglio senza dover fare i conti con nessuno se non con la mia coscienza.
Ognuno è servo a modo suo.

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