Molti dei partiti di sinistra hanno avuto come argomento portante delle loro campagne elettorali la sicurezza sul lavoro e la lotta al precariato. In un mondo che va verso la globalizzazione competere ai grandi livelli dell’industria è un’impresa eroica, quasi impossibile. Specialmente in un paese come il nostro, che si è dotato di uno statuto dei lavoratori minuziosamente disciplinato con un  conseguente costo del lavoro elevatissimo, ma che offre le dovute tutele in tema di protezione e prevenzioni, comprese sanzioni molto rigide per gli imprenditori che omettono le valutazioni dei rischi, o che non fanno frequentare i corsi obbligatori, o che usano macchinari non marcati CE. Partiamo da un presupposto semplice: nelle aziende di produzione è inconfutabile lo stretto legame fra la maggiore tutela fisica del lavoratore ad una inferiore produzione dei beni. I motivi possono essere molteplici: ad esempio i macchinari, che non possono lavorare a velocità più elevate di quelle consentite dai dispositivi di sicurezza; o la formazione che deve essere fatta per ogni dipendente in merito ai rischi specifici del proprio luogo di lavoro ed i controlli sanitari per l’idoneità fisica e psichica del lavoratore a svolgere la propria mansione. Tutte fasi importanti, forse improduttive ma che regalano sicurezza e professionalità a chi lavora. I lavoratori hanno orari ben definiti e il salario considerando la sommatoria con TFR, INAIL e INPS è in linea con il carovita [esclusi i recenti tempi di crisi, ovviamente]. In passato le grandi aziende non avevano stimoli reali a mettere in sicurezza gli stabilimenti e spesso, sbagliando si è chiuso un occhio, mentre adesso per non incorrere in sanzioni salate e responsabilità penali, tutte le aziende si stanno adeguando spinte anche dalla chiara volontà del governo di cercare maggiori introiti tramite una stretta sull’evasione fiscale e a controlli più approfonditi. Basti pensare che perfino la Guardia di Finanza ha creato un apposito gruppo di esperti da affiancare agli ispettori delle ASL per scovare chi fa lavorare senza i dovuti accorgimenti e le tutele obbligatorie a norma di legge!

La globalizzazione e la mancanza di barriere doganali creano uno squilibrio che non è assolutamente colmabile, in quanto paesi come la Cina e l’India, dove i diritti dei lavoratori sono molto scarsi o assenti, anziché essere additati ad esempio di come non si deve operare, diventano centro di produzione per le multinazionali che intendono sfruttare il bassissimo costo della manodopera. A tale proposito è interessante il seguente articolo

http://it.peacereporter.net/articolo/30051/Cina,+conflitto+operaio+o+sciopero+armoniosoa

del quale si riporta integralmente un passaggio: “… E l’assenza di un vero e proprio diritto riconosciuto, la scarsa dimestichezza degli stessi lavoratori cinesi con lo sciopero, non sono estranee alle esplosioni di malcontento – che sono rubricate alla voce “incidenti” – spesso estreme e incontrollabili: dai suicidi della Foxconn ai linciaggi di manager e capireparto”. La crisi economica moderna oltre ad essere una crisi dei mercati monetari e dei fondi d’investimento sovrani, è una crisi di costi e modelli di vita. Non si può competere con Paesi dove è accettata una qualsivoglia forma di schiavismo, dove le norme primarie e obbligatorie sui diritti dei lavoratori non sono rispettate, dove si può aumentare la produzione senza che vi sia alcun controllo per quanto riguarda la tutela dell’operaio stesso che diventa cosi parte dell’ingranaggio di produzione al pari di qualche parte meccanica. La potenza economica di questi paesi è dovuta anche ad un popolo che lavora incessantemente in perenne sottocosto e vuole affermarsi nel mondo, creando così questa concorrenza imperfetta. Di questo nessuno parla per vari motivi uno dei quali è che il paese del Dragone è un partner indispensabile a livello economico per chiunque voglia rimanere a galla: detiene una grossa fetta del debito pubblico di molti paesi occidentali ed ha un mercato interno che spazia in qualsiasi settore produttivo creando così un bacino di possibili compratori molto appetibile. Per questi motivi, nessuno si sognerebbe di redarguire i leader di questo paese ed emanare leggi che costringano le imprese che delocalizzano a far avere ai lavoratori locali le tutele che hanno tutti i lavoratori da anni.

Questa mancanza di tutele e il sentirsi parte del “grande ingranaggio” spinge sempre più queste persone a ricercare condizioni di vita migliori se pur a un aumento del costo della vita, solo per assaporare finalmente quel senso di libertà nel poter gestire la propria vita (e le proprie spese) indipendentemente dalle pastoie regressiste del vecchio sistema. Se  potessimo parlare con molti ragazzi extracomunitari che risiedono stabilmente a Prato, ascolteremmo dalla loro viva voce la loro disperazione e il loro utopistico, (per noi) sogno di una vita normale. Una vita normale che noi consideriamo medievale e da servi della gleba ma che per loro è praticamente normalità. Nessuno di loro si iscrive ai sindacati, e non hanno problemi a lavorare ad orari superiori a quelli consentiti, vivendo come se il tempo si fosse fermato alla rivoluzione industriale; sempre meglio che rimanere nella madrepatria!

Le lotte operaie in piazza hanno stabilito il principio che chi lavora deve rispettare e godere di queste norme, indipendentemente da sesso, etnia e religione; allora almeno sul nostro territorio tutti devono avere gli stessi identici diritti e doveri. Partendo da questo presupposto, sprezzanti delle conseguenze dovremmo chiedere alle organizzazioni internazionali che Paesi come la Cina e l’India, che fanno parte del G20,  modifichino le norme sul diritto del lavoro affinché ogni stato di cui sono composti si adegui. Solo così cesseranno i flussi migratori che dividono le famiglie e rendono “schiavi” di un utopia. Solo rispettare un’etica e leggi comuni, si potrebbe tornare a competere ad armi pari con questi nuove potenze economiche.

Questa è civiltà, e chi non capisce certe cose forse non vuole davvero bene a queste persone e a se stesso.

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