L’onestà della bandiera

di Antonella Sarno

 

All’avvicinarsi della scadenza del 25 Aprile, come ogni anno mi tornano in mente tante cose.

Viene spontaneo rimettere accanto alle consuete celebrazioni i racconti dei vecchi e i tanti particolari difficili da dimenticare. Ancor più naturale il confronto con quello che è stato vissuto dopo, e con ciò che ancora stiamo vivendo.

La posizione che Prato ha avuto nell’ultima guerra ha causato un vero trauma sociale. E’ rimasto scolpito negli animi fino a diventare uno stato mentale, e poi è passato nel genoma come il solo modo di fare politica. Per questo le generazioni successive non hanno aggiunto nulla e hanno continuato a considerare l’avversario unicamente come un soggetto da eliminare.

Certe idee sono rimaste tenacemente impigliate nel filo spinato della linea gotica. Nessuno ha provato a fare di meglio, a riconsiderare le situazioni alla luce di una nuova visione umana, di una nuova società. Complici gli atti di fede, tanto opportunismo e forse la fatica di riflettere sulla propria storia. Con l’obbligo eventuale di doverla poi anche ridiscutere.

Oggi il nemico si tratta come allora. I metodi vanno bene tutti e coprono tutti i valori negativi dell’animo umano. Da Caino in poi, passando per Erode assassino di innocenti, per finire con Giuda. Il migliore.

Non essendo più consentita l’eliminazione fisica immediata, oggi si usano sistemi più lenti, ma dallo stesso sicuro effetto cruento. Si comincia con la demolizione dell’immagine. Ogni argomento è possibile. La delazione fatta viaggiare veloce come un passaparola, il pubblico scherno, le interrogazioni continue, i chiarimenti su questioni personali fino all’imbarazzo. Poi la riscoperta di un moralismo bigotto praticato proprio da chi di morale non può argomentare nulla. Per arrivare in ultimo anche ai cartoni animati. Come se annientare qualcuno fosse roba da ragazzi.

Durante la ritirata dei tedeschi Prato e le sue periferie erano sotto un assedio di fuoco. Il terrore era negli occhi degli abitanti che restavano chiusi nelle cantine e nelle soffitte come topi. Si usciva solo per procurarsi un po’ di acqua e un po’ di cibo, sempre più raro. Raro per tutti, anche per le riserve naziste in fuga. Solo la fame è sovranazionale e riesce a unire anche ciò che è diviso. Perciò non c’era differenza tra occupati senza difesa, e occupanti allo sbando. Se ne accorse il Capo, quello che aveva riorganizzato i gruppi partigiani, stando però ben protetto in casa sua. Dalle finestre chiuse vide un ragazzo con la divisa nazista razzolare nell’orto. Aveva fame come tutti, e scavava a mani nude per la fortuna di una patata. Aveva gli anni minimi per la richiamata alle armi ed era biondo, come la maggior parte dei suoi.

Mi raccontarono che il capo non ci pensò un minuto e aperta la finestra lo freddò con un colpo alla nuca. Il corpo spogliato di tutto fu seppellito in quello stesso orto, tra le patate. E ogni traccia sparì. Oggi in quel pezzo di terra c’è un grande parcheggio, proprio accanto al fiume, che è stato interrato anche lui. La memoria è finita. Nessuno saprà mai nulla. A parte che abbiamo fatto la resistenza e abbiamo vinto.

Quindi avanti popolo e avanti con gli eroi. Sempre quelli, tutti gli anni. E guai a chi non dimostra consenso unanime. Quella resistenza fu una sola, ufficialmente ebbe un solo colore e un solo cuore, nessuno oserà sostenere il contrario. E invece resistere dovrebbe avere un senso comune. Come praticare una politica onesta per la gente. Esercizio possibile solo attraverso la regola assoluta dell’onore. Esercitando il coraggio, la scelta suprema dell’umano contro il disumano, della giustizia contro l’ingiustizia. Scelta che dovrebbe essere di tutti. Senza schieramenti di sorta o di convenienza.

Invece, dopo sessant’anni, stessi sistemi. Al nemico si spara ancora in testa e si approfitta delle circostanze fortunate che lo rendono vulnerabile. Chi se ne frega se è leale o meno, bastano e avanzano gli obiettivi prefissati. Sempre a portata di mano usando modalità opportune e sperimentate nel tempo. Finita la storia ci coleranno sopra del cemento, e si riprenderanno il potere tanto ambito. Poi lo faranno sventolare di nuovo con orgoglio accanto ai gonfaloni. Che saranno gonfi come il petto dei delegati in prima fila. Le vicende mi dicono che il dopoguerra si è svolto come la guerra. Il motivo è sempre il potere, spartito nella solita squallida maniera, con accordi taciti di amichevole convenienza, utili a tutti. Il bene della città rimarrà sicuramente un intercalare obbligato. Lo sentiremo declamare fino alla noia con fedele devozione, nei discorsi ufficiali. Che saranno ancora tutti assolutamente all’ombra della bandiera. Non siamo cresciuti di un metro dal tempo delle nostre ultime disgrazie. Decidiamoci per l’onestà. O mettiamoci un nastro a lutto.

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