Il nome del Padre
di Antonella Sarno

La notizia che il cognome più diffuso a Prato oggi è Chen non ha colto di sorpresa nessuno.

Ce lo aspettavamo, sapevamo che doveva accadere, c’eravamo da tempo rassegnati.

Bastava contarsi appena con lo sguardo, per capire anche solo a una stima veloce che questo sorpasso sarebbe presto avvenuto. Occhi a mandorla, dappertutto. Tanto determinati e presenti da non lasciare spazio nemmeno allo sgomento, ma solo all’amara constatazione di un processo compiuto. Irrevocabile come la fine di un’era, lo spostamento del mondo o la riscrittura di tutte le sue regole.

Scrivo usando i termini semplici di un colloquio intimo, come si addice in una stanza privata. E mi preparo a infrangere un altro mito. Lo faccio usando questo luogo poiché ci siamo dati l’obbligo di raccontare ciò che altrove non si può, o non si deve. Ci siamo imposti la verità. Non me ne vogliano i pratesi doc, quelli col G999 pieno di stelle. Le vicende ormai richiedono questo coraggio. Siamo cresciuti abbastanza per riconoscere i nostri difetti, anche quelli più radicati, che son diventati col tempo delle vere colpe.

Del resto ci ha perdonato anche la storia, perché l’espiazione sarà più dura del peccato stesso e non ci sarà nemmeno la possibilità di nessun riscatto. Non ci salverà vivere oggi la condizione di perdenti, è stata troppa la presunzione, troppi gli anni trascorsi nella beatitudine dell’arroganza. Il potere esercitato senza dubbi è sempre tossico. E noi ci siamo avvelenati.

Mi chiamo Sarno. Né Gori, né Innocenti. E anche il mio cognome molti anni fa rappresentava per i pratesi un pericolo. Sono qui dopo tre generazioni. Più di cento anni. Mio nonno fu il primo meridionale a venire a Prato. Lo fece per amore, ma i motivi che portano gli uomini a muoversi per il mondo non sono sempre importanti. Le cose non sono come sono, sono come si fanno.

Posso dire perciò senza poter essere smentita da nessuno, che i pratesi non sono mai stati accoglienti .

Avevano invece un ottimo grado di tolleranza, commisurato con la resa che l’ospite poteva offrire al territorio.

Perciò tanta gente venuta dal sud, ma anche dal Casentino, dalla Romagna, dall’Umbria era considerata utile, ma non uguale. La richiesta era tanta. Servivano braccia forti da usare come ingranaggi per un’industria che procedeva con la forza di un vapore, forte dell’ottimismo di un tempo dedicato a rinascere e di un futuro che tutti immaginavano sicuro e indistruttibile. Gli uomini in rifinizione o nell’edilizia, le donne a guadagnar l’affitto nei garage con il rammendo, le taglia e cuci, le prime roccatrici. Lavoratori veri, tenaci, sempre al minimo di paga o peggio al nero. Senza sindacati.

Gente diversa, costumi e idiomi diversi. Diversi i luoghi di lavoro. Distanti e opposti i quartieri della città, gli ambienti di vita e di ricreazione.

Non voglio usare i termini di disprezzo con i quali si apostrofava questo mondo. Perché è una memoria che mi disturba ancora. Anch’io, bambina, non ne ero affatto esentata. Perché l’essere diversi è più che un’impressione. E’ la certezza che un gene, attraverso il colore degli occhi e dei capelli, farà di te sempre un escluso. Ed escluderà tuo figlio, perché nascerà da te.

C’è stato però un momento che ha deciso il riscatto. E in quel momento qualcuno ha imparato la vergogna. Dopo mezzo secolo di spensierata e sciocca vanità, un giudizio universale ha riportato tutti sulla nuda terra. Questa volta non in mezzo ai meridionali; in mezzo ai cinesi. Ancora gente diversa, con costumi e idiomi diversi, in quartieri ancora separati dalla città in luoghi di lavoro e in ambienti di vita questa volta indegni. E senza bisogno di ricreazione tutti a lavorare per sé. I signori Chen hanno riabilitato generazioni di lavoratori, riunito la città. Senza saperlo hanno fatto rinascere i pratesi. E anche gli italiani.

In tanti hanno preso la scossa per non aver mai inteso lo scopo del vivere insieme. Essere pratesi, o italiani, non corrisponde a un titolo. Non è un’onorificenza, è il riconoscimento di quanto si ha e si vive di comune. Quello che siamo, quello che insieme vogliamo diventare.

Un posto diventa tuo per quanto sei disposto a soffrire per lui. Una città, un paese ti appartiene per quanto sei disposto ad amarlo. Generazioni di migranti hanno amato questa città, le hanno dato lavoro e vita. Le hanno disegnato intorno la sua immagine migliore. Possono dirlo a pieno titolo di essere pratesi.

Il nome del padre ci rappresenta, è la nostra identità. Ma per smettere di essere forestieri nel mondo occorre essere disposti in parte a sacrificarla, e attraverso l’impegno per la conoscenza dell’altro, metterla a disposizione di tutti. Farla diventare cultura, crescita, valorizzazione umana. Fino ad allora, per quanto numeroso, Chen a Prato sarà un cognome straniero.

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