Kets de Vries si sarebbe trovato benissimo a Prato per ambientare il suo Leader giullari e impostori: un artificio narrativo di illusionisti verbosi più o meno accorti, con manovre sapienti, omissioni e arabeschi caotici. La manipolazione studiata della realtà confonde presunti leader e giullari, ribalta i ruoli, ricostruisce e ridipinge maliziosamente il tutto, mischia in un calderone tutta la classe politica attuale. Come un’impostura.

Quell’impostura, che si riflette anche sul territorio, è il segno di questi giorni difficili. La destra, incatenata al neoliberismo e alla conservazione dei valori della società tradizionale, è in perenne lotta intestina; la Lega ha un sogno che in vent’anni è diventato un incubo politicamente svanito, con una diaspora di militanti e figliastri degna di un esodo; la sinistra è perfino più conservatrice della destra, e chiede – quando è in grado di chiedere qualcosa – semplicemente che la società e la gestione del potere e della cultura restino le stesse che le hanno permesso la condivisione delle vacche grasse. Ed è quello spirito neo conservatore che si aggira come un ectoplasma sulla nostra città.

La sinistra pratese è morta, e a nulla valgono i tentativi di rianimarla. Dopo la mozione di sfiducia al sindaco Cenni, non abbiamo più sentito sparare proclami a livello politico, tranne il monotono “dimissioni” gridato dall’IDV senza convinzione e mostrato più per emergere in un gruppo ideologico smorto che per scuotere veramente le coscienze dei pratesi. Tutto però si rianima quando c’è da manovrare per gettare fango su idee e soluzioni che si sforzano di apportare migliorie alla città. E d’un tratto tutti diventano difensori di quello che avevano oltraggiato nel corso degli anni; geometri donchisciotteschi che sperano in tanti comitati sanchopanzisti e che traggono barlumi di forza verbale trascrivendo in bella copia soluzioni gridate alla carlona.

E la segretaria Bugetti, maestra di studiate trasfigurazioni del reale? Al sindaco di Cantagallo, nonché segretario del PD pratese, nocciono certe improvvise defezioni che dalla vallata spandono un’eco lontana. Il senso dell’impostura eclatante è questo: nonostante Prato sia alla disperata ricerca di evolversi, la classe dirigente del maggior partito di sinistra cittadino si china su se stessa e si autocompiace in lunghi dibattiti nel chiuso dei circoli alla presenza di vecchi militanti che forse aspettano ancora di veder spuntare all’improvviso il compianto Enrico Berlinguer, come sognava il benignesco Mario Cioni, che dice: “buonasera…compagni…VIA!”, quando invece gli tocca sorbirsi discorsi su discorsi imbevuti di ideologia vuota e senza costrutto. Nei tempi andati si trovava sempre un “politicante che era arrivato perfino a Roma…”, idealtipo di un’autobiografia piccolo borghese e perbenista un po’ codarda e un po’ bigotta, pronto a tenerli. E quel “politicante” era sempre simile ad un vecchio gagà che si elevava dall’odiata e disillusa mediocrità della vita modesta con il guanto a penzolone, dondolando il bastone dal pomello argentato, bardandosi in abiti di knickerbocker e sparando sbruffonate ai presenti pur di ingannare se stesso. Uno dei suoi palcoscenici privilegiati erano per l’appunto i circoli e gli incontri quasi pubblici, sempre e comunque con pubblico flessibile, luoghi ideali e teatri di compiaciute e menzognere narrazioni del sé, come faceva il conte Max arrotando la erre e vantando auguste parentele. Nei nostri tempi è cambiato l’abbigliamento, sempre più ricercato e modaiolo e preferibilmente a base di cachemere, ma i modi non sono cambiati e i discorsi neppure. Nemmeno per quanto riguarda cartelline e agende sottobraccio. Nessuno però che spieghi veramente le soluzioni ai prossimi problemi che deriveranno dal nuovo ospedale; nessuno che spieghi cosa fare della prossima vecchia area ospedaliera intro muraria, pur avendo avuto tantissimi anni di tempo per pensarci; nessuno che presenti un realistico piano alternativo al sottopasso per la strozzatura viaria del Soccorso; nessuno che spieghi veramente la leggerezza e la cecità che hanno portato all’operazione dei famigerati swap, che emergono come il corpo dell’annegato nel mare delle chiacchiere, delle paure e della resa a precedenti ricette già ampiamente fallimentari.

Per queste persone la voglia di politica, di idee, di cambiamento vero e non volto alla negazione della civicità e dei diritti, è antipolitica. Pensiamoci: ogni giorno ne sappiamo una nuova riguardo all’uso demenziale del clientelismo nelle partecipate e dei suoi bilanci, ogni giorno verifichiamo sulla nostra pelle che esso non serve per il benessere economico dei cittadini, come prescriverebbe l’etica economica, ma piuttosto alla loro esclusione. E non di rado abbiamo la prova che le formazioni politiche non intendono rinunciarvi: anzi, invocano posti e poltroncine, strapuntini e spazi per avere un raggio riflettente di mero potere. Un’impostura di giullari e leader che sarà travolta, una volta per tutte, dall’onda lunga dell’antipolitica. Quella vera.

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