di Bindolo pubblico n°1

Tantissimi anni fa una canzone molto in voga aveva un motivetto con queste parole il carrozzone va avanti da sé, con le regine i suoi fanti e i suoi re… L’ho riascoltata oggi mentre stavo leggendo notizie riguardanti il Creaf di Prato, e non ho potuto fare a meno di identificarlo con questo carrozzone con fanti e re. Sinceramente ho riletto almeno un paio di volte l’articolo e mi son messo in cerca di altri articoli corrispondenti, certo che si fosse trattato o di un errore di trascrizione da parte di un cronista frettoloso o di una impaginazione imperfetta. E invece è tutto vero!

Ancora mi stupisco della lucida follia creativa del presidente della Provincia di Prato Gestri che ha partorito l’inserimento di un fantomatico progetto di cineporto all’interno della struttura stessa, con il mero intento di riempire quelle abuliche stanze.

Non sono un accademico della Crusca e non ho velleità o pretese in tal senso ma la parola “cineporto” mi ha lasciato stupito e mi ha incuriosito, perché è la prima volta che questo neologismo mi salta agli occhi. Da diligente ignorante, “nec spe nec metu”, mi sono messo alla ricerca del suo significato e se ne poteva esistere un altro in Italia, trovando l’unico progetto di rilievo a Torino: trattasi di struttura con 9.400 mq di superficie totale, di cui 6.000 metri coperti e 1.200 mq riservati a società di servizi, nata dal recupero dell’ex lanificio Cologno.

Ecco l’unica similitudine: l’avere un lanificio dismesso come base di partenza! Ma le similitudini finiscono proprio qui.

La struttura di Torino può sfruttare l’enorme patrimonio storico del capoluogo piemontese e del territorio circostante, nonché la vicinanza con Francia e Svizzera, ed ha come obiettivo quello di richiamare produzioni internazionali favorite da un iter previlegiato della Regione Piemonte che agevola permessi e autorizzazioni tramite gli uffici comunali e provinciali. La Regione Piemonte quindi sostiene e si occupa attivamente del progetto e dello sviluppo, investendo denaro e risorse in questa struttura già ampiamente operativa dopo una ristrutturazione terminata in appena quattro anni. A Prato invece abbiamo tante fabbriche sfitte ma la scellerata scelta è caduta sull’immobile del Creaf, non ancora terminato nonostante anni e anni di lavori e valanghe di soldi pubblici volatilizzati, che insieme al Centro di Formazione e Ricerca potrebbe ospitare un festival della magia meglio che un cineporto!

Taluni amministratori, sempre più sfrontati, sempre più sgangherati, sempre più baldanzosi, abusano del pomposo termine “cineporto” con traballante retorica, per avallare un progetto di massima circa la creazione a Prato di un distretto del cinema toscano. Un’idea gettata rumorosamente su un tavolo più di un anno fa dal presidente della Provincia Gestri, dall’assessore provinciale alla Cultura e Sviluppo economico Nesi, dal presidente della Camera di Commercio Longo, dai direttori Chiappini e Ippoliti di Fondazione Sistema Toscana e dal gran burattinaio Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, senza specificare modi tempi e costi di realizzazione, ma con un’enfasi degna di chi propone un regalo di sicuro effetto. Una boutade, forse interessante, che adesso trova comica realtà allogativa presso la struttura del Creaf, tanto per riempirlo un pò!

Ma perché tutti vogliono blindare il Creaf? Il progetto nacque dall’idea di recupero dello stabile dell‘ex Viscotex, costato la bellezza di 8 milioni 450mila euro solo per l’acquisto dell’immobile, più altri 11 milioni di finanziamenti pubblici e oltre 22 spesi in totale con un incremento del 30% sui 17 previsti e cantieri ancora in corso oggi, ben oltre la data prevista di fine lavori. Un’assurdità macroscopica, che raggiunge l’apice con il mai troppo vituperato accordo italo-cinese per lo sviluppo e la ricerca. Accordo avversato sia dal Comune di Prato che dall’Unione Industriale, il che rende tutto il contesto più simile a una tragedia greca degna di Sofocle non fosse altro per la correità politica della Giunta Regionale, che maschera il fatto che il paese del Dragone non abbia altri intenti se non quelli di impadronirsi del nostro know-how attraverso la Wenzhou Garment Development co. Ltd, una società privata cinese con sede a Wenzhou, nella regione del Zhejiang, dalla quale provengono la maggioranza dei cinesi di Prato. Coincidenza o indizio rilevatore? Da sottolineare il fatto che la Wenzhou Garment Development è direttamente finanziata dal governo cinese ed è diretta emanazione di Emma Xu Ltd, che a sua volta ha come investitore di riferimento il colosso dell’abbigliamento Teng Xu, azienda fondata nel 1993 che oggi produce più di due milioni di capi l’anno rendendola una potenza dell’export della Cina. Quindi mentre questo potente partner commerciale è pronto a investire qualche milione di euro, il Creaf al momento non ha più fondi; anzi, ha la necessità di coprire le ingenti perdite accumulate. E non ci vuole un economista per capire chi sarà, in questa situazione, a dettare la gestione futura!

Ma per i nostri amministratori però è importante non perdere la faccia, ed è vitale che questa enorme struttura sia riempita di qualsiasi cosa abbia una parvenza creativa in quanto “vasa inania multum strepunt” (i vasi vuoti fanno un grande rumore), specialmente se costosi per la comunità. La domanda allora, dopo la citazione latina, potrebbe essere presa a prestito dal dialetto pratese: ma se i cinesi, in guesto carrozzone, c’hanno anco ì cineporto… che ci faranno i’ fìlme??

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