La Stanza di Antonella

di Antonella Sarno

Un simbolo è un insieme di contenuti nei quali le persone sentono di riconoscersi. Un simbolo condiviso diventa patto, diventa parola e si fa seguire proprio per il suo significato nobile di unità solidale, protettiva di idee, intenzioni, sentimenti comuni. Il primo maggio doveva essere così, titolo assoluto di conquiste sofferte e non più sindacabili. Coscienza rinnovata dell’unico patrimonio umano da conservare: il lavoro. Sostanza dell’essere e del vivere, non realtà immaginata o sperata. Il lavoro che manca, quello che ci è stato tolto, quello precario, quello inutile, quello clandestino, quello sfruttato e usato male. Il lavoro che avvilisce e invita a lasciarsi andare fino a distruggersi, a preferire il niente a un domani senza niente. Questo era il tema; eppure su questo tema qualcuno ha trovato il modo di fare variazioni e dar fiato a strumenti senza assonanza, incapaci di note adeguate. Una grancassa che doveva far presenza e ha dimostrato quanto siamo acerbi e ancora lontani dall’impegno vero e consapevole. Le necessità obbligate oggi impongono azioni tempestive, e l’unica risposta utile al nostro tempo disilluso è l’unità di pensiero, la solidarietà. L’argomento meritava questo consenso; la dispersione di forze invece è uno spreco che non possiamo permetterci, anche se è assolutamente perfetta per chi la guerra ce la fa davvero.

Quindi abbiamo visto striscioni sbagliati ai cortei della giornata dedicata al lavoro, e ancora vecchi marchi di fabbrica riproposti come novità. Come se qualcuno non avesse inteso, o avesse scambiato luogo e tempo. E’ possibile che i simboli abbiano perso la loro logica e insistano a dare messaggi senza obbiettivo. E’ possibile che confondere sia l’unico metodo valido per isolare i contenuti dai gesti. E mi viene in mente che per togliere significato al manifestare basta incoraggiare un qualunquismo ignorante e offensivo, utile sempre a chi lo promuove, mai a chi lo fa.

Perciò si sono promossi argomenti di ogni genere, personalizzati, strumentalizzati, circondati di particolarismi e colore locale. Vero, il rumore si è inevitabilmente sovrapposto ai concerti e alle feste, e si è perso subito senza nessun’altra proposizione. Obiettivo raggiunto quindi. Le foto invece son rimaste, quadri circostanziati di una umanità smarrita e fin troppo piccola. Piccola davvero e soprattutto di età, dal momento che a reggere quelle strisce sconfortanti c’erano i giovani, quelli ai quali questa giornata è dedicata di più e ai quali dovremmo lasciare tutto il nostro disimpegno, tutto l’irrealizzato e il mal fatto del nostro tempo.

Sto parlando di questo pensando agli slogan che invitano ancora il nostro sindaco a dimettersi. Oramai un refrain, di quelli che entrano in testa la mattina presto e ti seguono ovunque. Immagini di repertorio, perché non c’ero, ero altrove per non pensare; e invece anche altrove continuo a pensare solo a questo. Davvero il sindaco è colpevole di tanta disgrazia cittadina? Davvero le sue dimissioni ci aprirebbero nuovi e rosei orizzonti? Io credo che il messaggio ripetuto come un mantra abbia il fine ultimo di costringere tutti a crederci. Un gioco di parti scomposte ma ben serrate alle quali va bene anche il pretesto del primo maggio per cercare di riprendersi il sacro e perduto soglio. Per farne nuovamente l’uso adeguato già visto, già sperimentato tante volte, come pratesi e come italiani.

Ero altrove, e anche lì festa e corteo adatti al momento. Con l’aggiunta di altro non senso. Un’altra inutile rivisitazione nostalgica che mi ha stupito e amareggiato. Bisogna chiedersi davvero come fanno ancora certi simboli ad essere nostri e dove ancora vogliono portarci. Bisogna guardarsi indietro, intorno, e all’occasione lasciare emergere una liberatoria vergogna, che porti anche risanamento oltre ad una nuova coscienza. Perché dietro quella bandiera con la falce e il martello un coro intonava l’internazionale. Troppo, perché tutto era poco distante da Basovizza a dalla sua terribile Foiba.

Triste comparazione. Nessuno vuole informarsi su quanto siamo lontani dalla verità prima di gridare slogan e intonare inni ai cortei. Mentre sarebbe giusto lasciarsi ammonire dal nostro passato più vicino, e dopo averlo compreso smetterla una volta per tutte con le formule confezionate sotto vuoto.

A quelli che gridavano contro il Sindaco vorrei dire proprio questo: di guardarsi intorno per capire se è davvero lui la causa di quello che a Prato non c’è o non funziona. Un esercizio di semplice revisione, che servirà a ritrovare un linguaggio comune che dia segnali trasparenti. Servirà a interrogarsi sui simboli, sul loro reale contenuto. Perché facilmente, per quanto usati, certi simboli nascondono ancora le ideologie peggiori.

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