Ricordo che fin da bambino la ricorrenza del 1° maggio era una giornata di festa dove anche l’ultimo degli artigiani che lavorava nel magazzinetto dietro casa cessava il proprio lavoro al telaio o alla filatrice, per assaporarne il momento, in una specie di chimera trionfante. Una festa per i lavoratori, noi lavoratori! Non una festa di comandamento religioso né una festa a carattere nazionalista. Niente di tutto ciò: semplicemente la festa di chi lavora. Poco importava se poi dopo si recuperava il sabato e la domenica successiva o gli altri giorni, con estenuanti orari continuativi magari mangiando un panino sopra una cassa di filato mentre la spola del telaio incessantemente correva. C’era lo spirito giusto per santificare questa festa pagana e popolana e per sentirsi fieri, approfittandone per unirsi in uno dei tanti cortei cittadini, uscire nei parchi oppure rimanere a casa con la moglie e i figli. Oggi invece le cose sono cambiate in peggio da qualsiasi lato la si veda, tanto che il 1° maggio è divenuto una sorta di giornata della memoria di quel lavoro che i nostri padri avevano prima che la globalizzazione fagocitasse tanti posti, livellandoci forse ai diritti europei ma sbilanciando tutto a favore delle tigri ruggenti asiatiche e lasciandoci in braghe di tela. Non si può fare a meno di pensare alla globalizzazione che subito ti vengono in mente Cina, Laos, Vietnam, Filippine, paesi dove il 1° maggio forse non esiste neppure in calendario, figurarsi nello spirito. Quello spirito, diversamente abulico, aleggia sul 1°maggio per quel lavoro latitante che la globalizzazione ci ha tolto o per quello esistente che, beffardo e cinico, obbliga a non santificare più niente in quanto i salariati sono diventati diventati una comunità di destino mentre l’esercito dei senza lavoro dilaga nel Paese diventando sempre più esteso e disperato. Uno spirito diverso che non trova sbocchi né soluzioni alla disperata disillusione che mani sapienti indirizzano verso un capro espiatorio che a Prato ha un nome e cognome: Roberto Cenni.

Certamente sono un neo liberista e fino a prova contraria anche un moderato, ma quando vedo dei cerebrolesi urlanti, che non si vergognano delle loro menzogne e dei comportamenti passati di chi li spinge, usare una festa popolare come il 1°maggio per improvvisare un teatrino con striscianti striscioni inneggianti alle dimissioni del sindaco, mi subentra una certa voglia di ritrovarmi fazioso e illiberale, anche se poi la ragione ha il sopravvento e ripenso che ponendomi sullo stesso piano potrei divenire anche io correo di iniquità. A quelli che non hanno più ideali e che strisciano striscioni, suggerisco di riflettere su tutti quei laboratori cinesi dove il senso del primo maggio è solo il numero di una giornata uguale alle altre e dove i diritti dei lavoratori sono costantemente calpestati ed ignorati da un vorticoso neo capitalismo, degno paradosso dell’ideale socialista della madrepatria, che sfrutta ferocemente chi lavora. Nessuno che abbia avuto il coraggio, perché di coraggio si sta parlando, di usare questo giorno della festa dei lavoratori per mettere sotto i riflettori quelli sfortunati, sfruttati e carenti delle più elementari norme di tutela. Molto meglio e molto più semplice improvvisare un comizio contro il sindaco, sfruttando l’effetto numerico. Quel coraggio è mancato, e questa giornata del lavoro sarebbe stato meglio integrarla il 7 ottobre, Giornata Mondiale del Lavoro Dignitoso, promossa dalla Confederazione Internazionale dei sindacati e poco propagandata  forse perché auspica un lavoro in sicurezza, un salario rispettoso della persona e dei suoi bisogni, l’uso di macchinari sicuri e conformi, un umano trattamento e soprattutto il rispetto dei diritti fondamentali. Cose semplici ed essenziali, ma che nessuno striscione ha riportato e che nessuno ha strillato attraverso i megafoni. Succede anche questo a Prato, e succederà ancora se non ci riscopriamo uomini e cittadini coscienti e non miopi pupazzi che usano il 1°maggio solo per occuparsi di delibere del tribunale, senza accorgersi di quel terzo mondo che abbiamo nel cortile accanto. Ma per strillare questo ci vuole del coraggio, e nessuno sembra disposto a mostrarlo come invece mostriamo il nostro sudore, le nostre lacrime, i nostri canti di libertà, i nostri sorrisi e le nostre speranze. Questi schiavi moderni, a cui non è dedicato nessuno striscione e nessuno slogan, sono sempre laggiù, chini sul loro sogno e sotto un ineludibile giogo, lontano dai cortei e dalle feste del lavoratori. Senza nessuno che li ricordi e gridi per loro, ma anche per svegliarci dentro. Con rabbia.

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