La stanza di Antonella

di Antonella Sarno

L’Assessore alla sanità, da un quotidiano locale, oggi ha lanciato un allarme: a Prato troppi aborti.

Ma guardando in cronaca agli aborti si aggiungono anche i suicidi, con i quali purtroppo teniamo alta la media nazionale. I motivi li sappiamo tutti; inutile indagarne ancora, inutile anche cercarne i presunti mandanti. Qualcuno, questa volta dall’alto scranno di una testata nazionale, lo ha detto chiaro: chi si ammazza lo fa da sé, nessuno può sentirsi responsabile della vita altrui. Chi è incapace di tenere i nervi a posto nelle difficoltà o trovare motivazioni sufficienti per restare saldi su questa terra non può caricare di sensi di colpa il prossimo suo. Vale lo stesso per quelle donne terrorizzate dall’idea di far nascere altra gente in questo mondo già troppo affollato. Non è colpa di nessuno se lo spazio non c’è. E nessuno se n’abbia a male.

Mi dà un dispiacere forte pensare che la mia città non sia più un posto adatto per la vita e che non abbia più argomenti per promuoverla. Ma ancor più mi dispiace leggere o ascoltare chi sostiene di essere inconsapevole, e quindi in ragionevole presunzione di innocenza, di fronte a queste tristi vicende. Quello che intorno a noi nasce o muore è sempre una cosa che ci riguarda. E se anche il nostro ruolo si limitasse appena a quello di vicino di casa le responsabilità ci sarebbero comunque.

Perché siamo esseri sociali, viviamo di pulsioni, di interazioni, e il nostro io sensibile assorbe le conseguenze di ogni pena, di ogni sciagura umana. Anche la più distante. Inconsciamente queste tracce ci definiscono come umanità. Nessuno infatti può dirsi lontano dal dolore che nasce da una qualsiasi solitudine, da una qualunque privazione. Ognuno ci si può guardare dentro come ad uno specchio, perché almeno una volta nella vita ci si è riconosciuto. Oggi siamo malati, senza riferimenti, sempre più preda di avvilimento e angosce. Inevitabilmente segnati, divisi, e perciò più vulnerabili. Ecco perché ci riguarda che a Prato si muoia di aborto e di disperazione. Significa che manca una presenza, una attenzione, significa che qualcosa si è rotto per sempre fra l’uomo e il suo simile. Lasciando uno spazio vuoto che è facile da riempire solo con l’abbandono, con l’odio di sé.

Significa che abbiamo fallito e siamo tutti responsabili, ben lontani dalla edificazione della civiltà che ci eravamo proposti dopo gli orrori di tutte le altre guerre, che non sono servite a cambiarci. Ma responsabili più di noi, e questa è una accusa, sono coloro che si occupano dello stato sociale, applicano regole, promuovono leggi, favoriscono gli scambi e fanno girare l’economia.

Responsabile è sempre colui che, chiamato a organizzare la cosa pubblica, se ne appropria per bieco egoismo, per privato interesse. O agisce da incapace fidando con leggerezza su possibilità illusorie. Visti su una lavagna questi son diagrammi in aumento o in diminuzione, numeri a grandezza esponenziale, sempre possibili di miglioramento. Argomenti che invece, riportati nelle singole vite, diventano drammi veri, per i quali uccidere. E uccidersi.

La mia città non era questo. Qualcuno può dar colpa al vento cattivo che sta facendo il giro del mondo per devastarlo una volta per tutte, come un castigo biblico inevitabile. Ma non è la sola causa, bisogna ammetterlo. Chi usa questa scusa non è in buona fede, ed è sicuramente uno di quelli che ha giocato carte false fino a ieri. E se col vento globale invece si cominciasse a discutere? Perché un sistema che costa così tanto non è solo sbagliato, è criminale. Non serve quindi usare il fatalismo inutile dei deboli dove il delitto si impone come regola. Serve uno scontro diretto, incisivo. Serve un confronto aperto. E aperto a tutti. Si potrebbe anche dimostrare che da un posto piccolo come il nostro l’opposizione cosciente può diventare l’inizio del cambiamento. Si può fare di meglio, ne sono convinta, e si dovrebbe sempre cominciare dalle cose più semplici. La prima, la più importante, è considerare la misura dell’emergenza, che dovrebbe trovare solo consensi, senza diversità di schieramento o inutili dispersioni di forze.

Guardare alla città come una scommessa, rigenerare fiducia, intenzione. Immaginare il futuro, proprio dove sembra improbabile, renderlo attuabile con l’impegno di tutti. Con un pensiero condiviso: LA VITA.

Perché tutto quello che scegliamo sia fatto sempre per l’uomo. Mai contro di lui.

Annunci