La Stanza di Antonella

di Antonella Sarno

Tutto quello che riguarda le opportunità di crescita professionale e sviluppo di impresa, in questo momento è molto più che interessante. Perciò la serata di ieri al Metastasio è stata opportuna e in qualche punto anche illuminante. E’ un gran bene che la discussione diventi pubblica e si renda concreta la misura dell’impegno da parte della nostra amministrazione per individuare nuove strategie produttive in un momento tanto difficile. Gli obiettivi sono quelli impegnativi di aggiornare i programmi e specializzare, se possibile, addetti e nuovi imprenditori preparati e motivati nel commercio, nell’industria, e perché no anche nel turismo. La visione degli esperti intervenuti è stata ampia, e molto più delle statistiche hanno parlato i testi chiave di ogni rilancio economico. L’innovazione, la formazione, soprattutto la passione e la forza delle idee. Tutto quello che poi circonda ogni evento, le polemiche e le contestazioni, le lascerei nei termini del colore. Un incontro pubblico si presta sempre a qualche eccesso; se poi gli argomenti sono coinvolgenti, i soggetti per natura eccitati non possono che seguitare ad eccitarsi. L’esagerazione è la naturale conseguenza di una maturità incompleta e di una assoluta mancanza di equilibrio. E la lascerei lì.

Ma non posso lasciare senza commenti un intervento arrivato direttamente dal palco degli invitati. Perché personalmente mi è parso alquanto fuorviante. Se il tema in svolgimento erano le eccellenze, ed in particolare il rilancio del comparto tessile grazie alle nuove tecnologie e allo studio di nuovi mercati, che senso ha avuto citare Edoardo Nesi ed i suoi libri?

Mi ero già posta questa domanda leggendo i suoi scritti. Può davvero considerarsi un modello da seguire? Intanto vorrei ricordare al relatore che Nesi è stato uno dei primi a mollare l’industria tessile al sopraggiungere dei nuovi tempi globali. Dobbiamo intendere questa sua reinvenzione nel mondo della scrittura solo una scelta privata o appunto una strategia furba? Di certo questo non ha avuto nessuna conseguenza sul piano economico nel nostro territorio. Aggiungo, nessuna crescita nemmeno sul piano emozionale di chi legge. E’ una considerazione tutta personale: lo scrittore è sempre colui che reagisce al suo contesto e lo denuncia, lo attraversa intimamente, spesso con un dolore straziante, e lo risolve solo comunicandolo ad un pubblico più grande e solidale. La scrittura che denuncia può determinare in questo modo una presa di coscienza comune, spesso definitiva per un cambiamento consapevole. La sofferenza quindi può essere l’inizio di una rivoluzione. Può essere risolutiva per nuove proposizioni sociali e culturali. Può aiutare a voltare pagina. E questo non è Edoardo Nesi. Il suo non è mai un partecipato conflitto interiore, a volte è appena un disagio. Il lettore attento e non schierato se ne accorge, e non si fa derubare della fiducia. Non c’è emozione senza verità.

E’ antipatico perciò che le sue citazioni riguardino i programmi da attuare per il futuro lavorativo della città. Nesi non può dare consigli. Le sue considerazioni vanno lasciate dove sono, in un ambito puramente letterario. Ambiente lusinghiero, difficile e tutto privato. Se si escludono i grandi interessi dell’editoria lontanissima dai bisogni di questa città.

Geniale invece, nella sua assoluta semplicità l’indirizzo indicato dal professor Dipak. Il futuro ha un valore aleatorio e poiché non esiste, non è mai una certezza. E’ sempre una scommessa. E la domanda questa volta è davvero rivolta ad ognuno di noi per ciò che siamo disposti a mettere in gioco, perché il nostro domani sia un domani migliore.

Io inviterei, oltre a formulare progetti e nuovi importanti piani, anche a riprendere la pratica inconsueta e da troppi considerata inutile della preghiera. “Le Ave Marie sono più facili del Padre Nostro“. Ecco, ricominciamo da quelle, sono sicura che funzionerà. Se avete notato questa è una citazione. No, non è Edoardo Nesi nelle ultime pagine dell’Età dell’Oro, o meglio non è solo quello. E’ la frase che recita, nel capolavoro “il Vecchio e il Mare”, Santiago mentre in mezzo al mare sta perdendo il suo pesce, le luci della terra si allontanano, e lui solo su una barca troppo piccola nel buio della notte, senza più forze, non può far altro che pregare. Non è bello spacciare per proprie le frasi degli altri, soprattutto se questo altro è Ernest Hemingway. Chissà se il Nesi se n’era accorto. Io, intanto, le virgolette ce le ho messe.

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