Coperchi & tegami.
di Bastian Contrario

Le manifestazioni di protesta o di dissenso sono una delle più sacrosante forme attraverso le quali si esprime la democrazia. La repressione di queste manifestazioni ha caratterizzato, infatti, e in modo particolarmente odioso, quei regimi dittatoriali, come quelli nazista, fascista e comunista, che le proibivano in modo rigoroso, soffocandole spesso sul nascere o scatenando contro i manifestanti la polizia  e l’esercito. Questa repressione persiste ancora oggi, in alcuni paesi retti da regimi dittatoriali, come quelli della maggior parte delle monarchie e delle repubbliche islamiche e quello della Cina comunista, tanto per fare qualche esempio, dove ogni tentativo di manifestazione di dissenso o di protesta che non sia organizzato e diretto dal regime stesso, è proibito ed ogni tentativo contrario viene represso violentemente sul nascere.

Ma la protesta e il dissenso non sono soltanto espressione di libertà democratica; manifestano anche, in una certa misura, l’identità culturale, la maturità civile e la personalità degli attori che inevitabilmente finiscono per esibire, manifestando le proprie convinzioni, anche quella parte di sé che talvolta riesce, per evidente demerito, a sovrastare in negativo quel poco o quel tanto di buono che l’oggetto della manifestazione si proponeva di mettere in primo piano.

Quidquid recipitur admodum recipientis recipitur recita un antico adagio della filosofia scolastica: ogni cosa viene recepita secondo la misura di chi la recepisce. E anche questa misura è espressione di libertà democratica.

Non ce ne vogliano dunque, i manifestanti che hanno orchestrato le loro esibizioni di dissenso e di protesta con striscioni prima e con pentole -e tegami- poi, se a noi, che su quell’argomento che viene riesumato a cadenza sempre più ossessiva, e che ci appare ormai niente più che un polpettone rimasticato, abbiamo riservato una lettura attenta alla semiotica più del metalinguaggio che del linguaggio. Ci è parso più interessante, e decisamente più produttivo, del perder tempo nell’approfondire un argomento che di profondo ha solo una cosa: le radici nell’integralismo talebano di chi ce lo propina di continuo come un tormentone.

Con la stessa democraticissima libertà che permette loro di ribiascicare ogni volta la stessa zuppa andata a male, noi continuiamo a chiosare a modo nostro. Liberi loro di oltraggiare chi vogliono, liberi noi di interpretare la loro creatività scenografica secondo il nostro giudizio. Con buona pace di chi, non tollerando commenti critici, s’imbizzisce e ringhia, abbaia, raglia o starnazza. A noi, di certe proteste, interessa chiosare solo la parte che troviamo più originale: coperchi e tegami. Tutto il resto è pattume.

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