La Stanza di Antonella   di Antonella Sarno

Ci sono parole che arrivano meglio dai giornali, si ammantano di autorità, il tono può diventare aulico e assumere addirittura le sembianze della verità assoluta. La carta stampata da sempre certifica le esternazioni e, come se fosse un organismo di assicurazione qualità, fa di ogni frase un imperativo categorico. I destinatari diretti di tanta retorica forse non si faranno intimorire da tanta regale ufficialità. Ma gli altri, quelli che non sono attori e si limitano alla lettura dei comunicati, possono anche non intendere, prendere tali dichiarazioni come vere e proprie accuse e finire schierati. Ecco, certe lettere aperte sembrano dirette più al pubblico che ai singoli interessati. Arrivano puntuali dopo ogni polemica interna e sono, per chi le sa interpretare fra le righe, sottintesi e anche tardivi tentativi di discolpa.

Occasioni perché il comune e la provincia potessero lavorare in accordo ce ne sono state, in una città come la nostra che è lo specchio di un mondo in trasformazione difficile da prevedere in ogni suo aspetto. Erano necessarie visioni più ampie e solidali, lo richiedeva la gravità del momento. Ma certe condizioni non si sono verificate, e le aspettative di progetti comuni sono state disattese più di una volta lasciando il posto a una visione piccola e anacronistica della politica che non ha fatto onore a nessuno. La verità è che la guerra nata all’ombra dei gonfaloni era stata tacitamente dichiarata fin dal primo giorno, e i colpi bassi non solo erano consentiti ma anche incoraggiati. Credo che l’accusa di mancata adesione a programmi collegiali da parte della provincia sia perciò un atto inutile e falso. Un programma comune si pianifica con accordi comuni. Io non ho visto questa solidarietà, ho visto solo ricerca partigiana di consensi e un continuo alzare di toni fino al limite della faziosità per rendersi credibile ad un elettorato in vena di distrazioni. E’ successo, e succede tuttora, anche con l’uso di questi comunicati perentori che rivendicano una buonafede di dubbia realtà. Forse da cittadino semplice mi sono distratta, non ho visto nessuna volontà di incontro, la leggo solo adesso in questa lettera aperta e quasi mi stupisco. Io so che chi cerca collaborazione non scrive ai giornali, collabora e basta. E si fa trovare ogni volta che i problemi si presentano, senza delegare, senza arrogarsi priorità di interventi solo per dare smalto alla propria immagine. Collabora e chiede collaborazione. Perché ha un obiettivo che va oltre tutti gli schieramenti, un bene assoluto che non può essere disatteso specialmente adesso in un momento di difficoltà interne gravissime; deve scegliere, e scegliere nel modo opportuno diventa un obbligo per tutti. Il bene della città doveva essere in cima ad ogni argomento, prima delle parti, prima dei singoli interessi. Prima di tutto. Le favole si alimentano di storie e di false illusioni, e non è una favola che tra comune e provincia le cose non abbiamo mai funzionato. Anche noi, semplici spettatori e lettori disattenti, ce ne siamo accorti. E’ significativo che la provincia se ne preoccupi solo ora, quando per i motivi che tutti conosciamo rischia di scomparire. Personalmente penso ad un grave spreco di risorse e voglio escludere la cattiva volontà. Ci metto solo una visione politica antiquata e poco lungimirante, legata ancora all’ordinario uso di bottega logorato e dozzinale. Una politica mercantile, solo alla ricerca di voti e priva di idee. Troppo poco per noi. Questa è un’epoca difficile, le risposte devono arrivare ancor prima delle domande, interpretare i tempi vale ancor più che affrontarli. Polemizzare significa aumentare il ritardo e consegnarsi senza difese ad un nemico che, quello si, è davvero comune.

Niente lettere aperte a tinte di fuoco quindi, non servono a nessuno nemmeno per declinare ogni malcelata responsabilità. Si agisca e basta. Lo si faccia perché è urgente, perché la città non può aspettare. E di comunicati a mezzo stampa non sa proprio che farsene.

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