Immaginiamo di raccogliere tutti i “protocolli d’intesa” firmati da Stato Regioni Province e Comuni italiani e, una volta raccolti, separiamo quelli seguiti dal nulla da quelli che han dato vita a qualcosa e accatastiamoli in due depositi distinti. Se per quelli seguiti da qualcosa di concreto basterebbe il cassetto d’una scrivania, per quelli seguiti dal nulla non basterebbero gli scaffali della Lazzeriniana.

E’ per questo che verrebbe da pensare che la mancata firma del protocollo d’intesa predisposto dalla Regione Toscana per il progetto di cooperazione per il cardato rigenerato Cino-Pratese del Creaf potrebbe avere un significato relativamente poco rilevante. E invece così non è.

Il motivo è semplice: se è vero che l’espressione “protocollo d’intesa” ha assunto, in Italia e in Toscana un significato tendente al limite zero, è altrettanto vero che, in tema di rapina di brevetti, marchi, know-how e quant’altro attiene ad opere d’ingegno e sistemi produttivi la Cina non scherza. E di sicuro non si lascerebbe scappare l’occasione per fare una ghiotta abbuffata anche del know-how  del cardato rigenerato, un settore che -vista l’enorme espansione del tessile-abbigliamento in Cina, con migliaia di tonnellate di ritagli, scarti e, verosimilmente, via via sempre di più in un paese di quasi un miliardo e mezzo di abitanti in crescita economica vertiginosa, con la prospettiva di una raccolta mastodontica di abiti usati- si svilupperà certamente. I vantaggi, per la Cina, di un accordo del genere non sono tanto legati al “se”, bensì al “quando”. Se è fuori dubbio che, o prima o dopo, la Cina darà il via anche agli impianti del cardato rigenerato, è altrettanto sicuro che la cooperazione con il Creaf potrebbe rappresentare per i cinesi un ottimo strumento per tagliare drasticamente i tempi di realizzazione e di messa a regime degli impianti della filiera.

Per questo motivo il rifiuto, da parte di Roberto, di firmare questo documento assume un significato più che rilevante.

Il distretto tessile pratese da un accordo del genere non otterrebbe altro effetto se non quello di inasprire ulteriormente gli effetti della crisi delocalizzando, oltre agli impianti che da una ventina d’anni sono stati trasferiti in Cina e in India, persino quelle straordinarie competenze tecniche che gli restano ancora “in casa”.  Immaginare che la Cina accetti una prospettiva di cooperazione internazionale in un settore come questo è pura illusione e non vale neanche la pena di soffermarsi ad analizzare il perché. Basta vedere in che condizioni accetta di portare avanti le relazioni economiche e produttive con il distretto parallelo che, a Prato, è stato di fatto istituito, e che ha prosperato sino ad ora grazie al totale spregio di qualsiasi norma e regola, tanto in campo fiscale e amministrativo, quanto in quello della normativa del lavoro.

Quel protocollo d’intesa sul CREAF ha tutta l’aria di una farsa, una patetica pantomima, il cui scopo reale sembra essere soprattutto quello di dare una giustificazione allo spreco di danaro pubblico che da anni questa struttura, o meglio questa scatola vuota, rappresenta. Firmarlo equivale a partecipare a questo teatrino miserevole e bene ha fatto il Sindaco di Prato a rinviarlo al mittente, con una lettera che spiega dettagliatamente le ragioni del suo rifiuto, il cui testo è scaricabile da qui.

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