Si chiamava Silvio Pugi quel simpatico ometto di quella Prato laboriosa e scanzonata raffigurata in sporadiche foto ricordo sbiadite dal tempo. Il Pugi è rimasto un’icona nella nostra storia cittadina e resta nel ricordo collettivo di quelli un po’ in là con gli anta mentre girava con il suo barroccino alla ricerca di carta e cartoni da vendere per sbarcare il lunario, o carico di qualche manufatto da trasportare “conto terzi”. I più vecchi ricorderanno anche quando si improvvisava onorevole, e salito magari sui gradini della Cattedrale come su un improvvisato pulpito e sotto lo sguardo benevolo dei cherubini del Donatello, comiziava sui più disparati argomenti radunando sempre una piccola folla di curiosi divertiti dalle sue arringhe e dal suo istrionismo ruspante e vero. Ricordi di una Prato in bianco e nero tessuta in grana grossa e piena zeppa di questi personaggi un po’ strambi ma pieni di umanità e orgoglio.

Nella Prato di oggi, disillusa e pratica, gaudente e povera, i barboni avrebbero l’appellativo francofono di clochard e sarebbero degli emarginati dalla cosiddetta società civilizzata che si mette incolonnata per il nuovissimo modello di telefonino da mostrare orgogliosi nelle file all’ufficio disoccupazione, mentre i comizi vengono fatti da sedicenti professionisti in blazer blu e dal linguaggio forbito sempre orgogliosi si, ma della propria appartenenza a un ceto politico ed ideologico; e non più in luoghi aperti ma in androni quasi secretati o sotto i biancastri neon di un vecchio palazzo cittadino.

Sabato mattina nelle austere sale di palazzo Pacchiani, inglesizzato in maniera modaiola Urban Center, si è tenuta un’assemblea poco pubblicizzata sulla stampa e sui moderni mezzi di comunicazione di massa come i social network, promossa dal PD pratese che ha presentato uno studio per il futuro dell’area del Misericordia e Dolce e ha radunato vari rappresentanti della sinistra cittadina, come se il reclutamento delle èlite rosso-verdi avesse radunato uno stuolo di personaggi da letteratura picaresca pronti a qualsiasi rocambolesca bricconata per riempire la panza, a qualsiasi espediente acrobatico per rubare una coscia di pollo, a qualsiasi inganno per arraffare un gotto di vino, a qualsiasi discorso vano e fumoso come un sigaro cubano per annebbiare la realtà.

La parola d’ordine è stata: “non fare cassa, ma puntare alla riqualificazione urbana complessiva”; e racchiuse in queste parole che significano tutto e il contrario di tutto, abbiamo assistito alla pochezza di idee della sinistra cittadina figlia legittima di quel marcato smarrimento ideologico che si avverte anche a livello nazionale.

Nelle idee presentate per la riqualificazione dello spazio abbiamo assistito a un elaborato tourbillon di intelligenza e pensiero costruttivo: pubblica utilità, impianti sportivi, agorà culturali, funzione sanitaria, ciclabili, tirante verde, parcheggi….. tutte idee gettate disordinatamente sul tavolo come fossero carte da ramino in una casa del popolo, con l’intento di non scontentare nessuno. “Liberi di pensare a cosa si potrebbe realizzarci” ma senza un dattiloscritto progetto pronto, con concetti sempre in contrasto con l’ultimo presentato appena pochi minuti prima e rimescolati a vanvera con iperbolici aggettivi e passaggi verbosi e verbali tali da far impallidire l’insigne linguista Lorenzo Renzi rendendolo simile a un maestro di grammatica da libro Cuore.

Cosa resta allora di questa tiritera che qualcuno argutamente chiama più “inciuciatoio” che pensatoio? Di questi think tank, macchine d’effetto più che di idee, che servono al partito per qualche passaggio repentino di appartenenza oltre che a far finta di agire senza troppo esporsi? Che aggiungere allora al vuoto che ci è stato propinato da questi imbonitori del nulla? Veramente poco se non la certezza che la sinistra a Prato opera con la solita incertezza, senza sapere dove andare e senza un preciso orientamento di massima.

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