In questi giorni ho assistito a uno spettacolo imperdibile, il miglior teatro che si mi sia capitato di vedere dopo una Filumena Marturano di Eduardo De Filippo al Metastasio durante una piovosa serata autunnale di qualche anno addietro. Sono sicuro che era teatro perché la realtà diveniva rappresentazione televisiva e la rappresentazione coagulava tutto il non detto: l’arroganza e la vacuità del potere.

Il segretario nazionale del PD, Bersani, visto il crescente numero di candidati alle primarie e soprattutto sentitosi sul collo il fiato di quell’effimero e autoreferenziare sindaco di Firenze, ha cercato di cambiare in corsa le regole di quel gioco semidemocratico ma in certi casi autolesionista che porta il roboante nome di “Primarie”. Quelle stesse primarie sempre indette a gran voce dal PD per unire la sinistra e poi regolarmente perse dal PD stesso, forse per colpa dei D’Alema, dei Veltroni, delle Finocchiaro o anche dei Bersani, miseri ectoplasmi politici generati dall’inconcludenza del nulla e fatali vittime di un destino cinico e beffardo. Perché la questione è chiedersi se esista il PD come partito e non come semplice apparato: perché se non esiste tanto vale considerare stravaganti e persino insensate quelle poche situazioni in cui invece il candidato ufficiale ce l’ha fatta. Ma se per caso esistesse, qual’è il candidato ufficiale di questa sinistra? Chi si cingerà d’alloro e indosserà la tiara papalina del soglio rosso dopo questo certame? Bella domanda. L’unica cosa certa è che queste primarie sono un mezzo più per scindere le parti che per unirle, vista la profonda diversità caratteriale dei tre candidati più rappresentativi.

Bersani, pur provenendo dalla vecchia nomenklatura, ha l’encomiabile proposito di fare la parte del leone, forte di quell’appoggio incondizionato che gode in seno ai vecchi inossidabili burocrati che da sempre occupano i vertici del partito, perché testimonia interessi a scoppio ritardato senza destabilizzare equilibri già raggiunti, mentre invece dovrebbe sfruttare quel lascito di ideale socialistico puro tipo il lavoro per i lavoratori e la dignità per tutti. Per questo si è cacciato in un compromesso storico alla rovescia, accompagnandosi a braccetto con i tecnici di governo e avallandone l’operato portandosi sempre più lontano dall’impronta progressista e proletaria.

Renzi altresì è il nuovo che avanza: impersona a un tempo l’arrivismo rampante dei giovani doppiopettisti del Cavaliere, l’istinto all’infantilizzazione dei ministri del governo Monti e il dinamismo sognante dei primissimi leghisti. Tutto questo suo neoliberismo però genera una formazione gassosa e immateriale che non contiene nulla, salvo l’imbottitura che sorregge una narrazione solipsistica di sé fatta di figurine Panini, da DonLurio a Bono, passando per De Gasperi; da Jovanotti a La Pira attraverso Mary Poppins. Per non parlare del suo background: scoutismo, calcetto, figlietto di papà nell’azienda familiare, sacrestie, studi televisivi berlusconiani e rassicurante assenza di buone letture, se si esclude Pinocchio.

Ma tutti gli occhi son puntati su un terzo candidato che potrebbe rivelarsi il vero outsider della disputa: Nichi Vendola. Il Nichi nazionale da sempre ha l’incomprensibilità lessicale di un kazako che parla il dialetto tipico delle province del mar Caspio. Di questo noi pratesi ne sappiamo qualcosa, perché quando arrivò nella nostra città tirò tanti disordinati fendenti come fosse Yanez nella giungla di Mompracem; e lo fece soprattutto contro la sinistra, che a suo dire aveva perduto la città, oltre che attaccare il sindaco Cenni, sobillato in questo dai tigrotti del bisenzio che gli sussurravano le parole giuste per ingraziarsi la scarna platea dei locali. Una banderuola strattonata dai libecci clericali e in perenne contraddizione perfino con se stesso, come quando in Sicilia Vendola in persona impose Fabrizio Ferrandelli silurando Rita Borsellino. E dire che, appena qualche giorno prima, lo stesso Vendola intervenuto a Palermo al teatro “Dante” aveva definito “Gattopardi” i vari esponenti del PD che appoggiavano Ferrandelli alle primarie; salvo poi cambiare opinione per sconosciuti motivi. Una banderuola che si gira una volta dalla parte della magistratura e del senso giustizialista, e un’altra da quella dell’ILVA perché continui a avvelenare i tarantini; e questo per non inimicarsi gli interessi forti del Capitale, inteso nel senso del clan Riva e non in quello di Marx.

Un outsider insomma che però ha il merito, rispetto agli altri due, di presentarsi come un progressista di sinistra cultore dell’antica ideologia cara a Gramsci e a Berlinguer.

Ma allora cosa fare di queste primarie? Si, è giustamente vero che le primarie sono l’unica traccia di democrazia reale e di senso politico compiuto espressa da questa compagine; ma così somigliano ormai uno di quei giochi ottici in cui si può vedere una perlina oppure un viso a seconda di come cade l’occhio su chi parla per ultimo. Un esempio di questo si è avuto nell’assemblea nazionale del PD, con la riappacificazione a tratti formale tra Bersani e Renzi, anche se quest’ultimo qualche giorno fa a Prato aveva ulteriormente diviso la sinistra cittadina, lasciandosi alle spalle commenti pro o contro, consiglieri schierati da una parte o dall’altra, puntate di sarcasmo e invettive, vecchi pragmatismi e nuovi gruppi di preghiera, nuove accuse e vecchi veleni. Una rivisitazione del libro di Collodi dove stavolta i veri protagonisti sono Geppetto, Lucignolo e la Volpe dall’orecchino d’oro, e dove regna una parossistica irreale storia da raccontare agli accoliti, spacciandosi sempre come “quelli” necessari alla ripartenza del Paese in quanto “nuovi” o al massimo appena appena riciclati.

Il terzetto, più che elaborare un programma di governo, ha impostato una mini campagna elettorale di contrasto interno come succede negli States, puntando molto sulla demonizzazione dell’avversario interno e sfruttando la fumosità mediatica del niente, con l’unico effetto di disorientare ancor più gli elettori delle primarie. E almeno in questo bisogna dire che sono piuttosto efficaci.

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