La Stanza di Antonella
di Antonella Sarno

Viviamo tempi tristi. Né oscuri né disperati, semplicemente tempi tristi. La tristezza è la naturale condizione di chi è costretto a vivere, a condividere, o anche semplicemente ad osservare ciò che è desolato e desolante senza poterne cambiare la sostanza o la destinazione. E la primaria radice della tristezza è l’impotenza, la considerazione che nessun impegno sarà utile al cambiamento. E’ una resa quotidiana che ci avvilisce anche davanti allo specchio, perché non eravamo fatti per vivere da perdenti e da rinunciatari, per cedere alla fatalità e sopportare le sue eredità pesanti. Noi non eravamo destinati alla rassegnazione.

Perché le regole che ci eravamo dati in un tempo che sembra ormai davvero remoto avevano una radice nobile. Rappresentavano una garanzia almeno apparente, e chiunque le avesse oltrepassate, appena arginate o infrante era giudicato perseguibile. Ora non vale più, le regole esistono oramai solo nei codici stradali, e fanno mostra di sé solo nei libri di giurisprudenza e negli argomenti di esame. Come un retaggio, un patrimonio di tradizioni che non ha più fondamento. Un atteggiamento esteriore che si limita ad una pratica bigotta, un catechismo formale che prevede comunque un contraltare di vizi odiosi. E sono questi che si realizzano come consuetudine, diventando l’essenza di tutti i rapporti umani e delle leggi che li governano, compresa la politica.

E’ quello che ci accade intorno: un mondo rovesciato, da leggere al contrario, al quale conviene adeguarsi assomigliando a qualcuno o a qualcosa se non per comodità almeno per la naturale necessità di emulazione che garantisce la sicurezza di un comune stato sociale. Per non essere un diverso, un pazzo idealista, un solitario e finire quindi isolato ed escluso da tutto.

Anche la nostra città si è adeguata a tanto senso comune. Nessuno avrebbe pensato che esistesse, dietro la normalità apparente della sua vita di provincia, un sistema a contabilità doppia. Perché certe storie sembravano lontane da noi, confinate ai vertici del potere di Roma o in città di grande importanza finanziaria e industriale come Milano. Invece gli scandali hanno attraversato tutto il paese Italia come una corrente alternata. E a Prato abbiamo esercitato la prassi. Come a Roma, come a Milano, come in tutti i posti dove sono circolati soldi pubblici e si è resa concreta la possibilità di renderli privati. Facendo sistema, conformando idee, adeguando la politica. Affiancandola ai sistemi mafiosi che muovono denaro e creano il potere che deforma, avvilisce e rende tutti servi.

Il matto sulla collina

Il matto sulla collina

Non è consueto perciò veder denunciare pubblicamente irregolarità, illegalità e furti immensi di denaro pubblico, con cifre alla mano. Ci siamo abituati ai soprusi e alle ingiustizie, alle prevaricazioni e alle collusioni malavitose. Ci siamo abituati alla cattiva politica, e se non riusciamo da cittadini onesti a farcene una ragione, viviamo oramai nella rassegnazione che il nostro quotidiano non subirà mutamenti positivi. Siamo il popolo dei tempi tristi, i nostalgici della legge ugualitaria, i rassegnati dell’Imu e delle nuove aliquote Iva. E questo “J’accuse“ proclamato in un sabato qualunque di ottobre ci sconvolge. Perché lo può aver dichiarato solo un pazzo, un idealista fuori da ogni tempo e da ogni logica, che non ha più amore per sé stesso. Un diverso destinato alla solitudine. Uno che non ha capito nulla della direzione degli eventi e si illude ancora di poterli cambiare. Di certo uno che conserva ancora nella sua povera mente l’immagine vera della civiltà e della sua sostanza. E allora accade che per quell’effetto naturale di emulazione anche noi ricominciamo a credere che la follia possa ricreare argomenti e generare nuovi positivi movimenti di opinione. E abbia una sua parte creativa, benefica e geniale capace di operare il cambiamento. Accade cosi che in un giorno piovoso di quasi inverno il coraggio della verità urlata alla gente non dal Matto sulla Collina cantato dai Beatles ma da un Sindaco nel suo palazzo comunale renda onore al bisogno soffocato di onestà e giustizia, e faccia rinascere la speranza. Come se la stagione che sta cominciando possa davvero essere una primavera.

Annunci