Martini e Giacomelli

Martini e Giacomelli

Ci sono formule e parole che perfino il pc è proprio stufo di scrivere sotto dettatura. Una di queste è “teatrino della politica”; ma oggi dovremmo invece obbligarlo a impiegarla per descrivere questo affiatamento tra vecchi e impolverati capitan fracassa che menano fendenti con gli spadoni di legno barcollando sulle assi tarlate del palcoscenico del PD toscano interpretando i campioni del “volemose bene” derivato dalle primarie interne. Oddio, dopo di esse la base rimane sconcertata dall’imposizione dall’alto di Martini e Giacomelli, e si accorge che alla faccia dei lodevolissimi motivi di riscatto generazionale e di lotta che contrappongono i giovani rottamatori ai dinosauri del partito, si ritrova con due figure da gallerie degli antenati in parte immobili come statue da museo delle cere, in parte animate e parlanti. Queste mummie arcaiche ben avvolte nei loro sudari dorati fanno capire come i trombati a vari livelli, gli incompresi e quelli che non hanno fatto la “sfolgorante carriera” che si ripromettevano sono ancora li come “unti dal Signore”. Per questo fa un certo effetto rivederli sul giornale a riciclarsi come “nuovi” accanto ai volti sorridenti delle nuove generazioni, che forse ancora non hanno avuto il sentore di ritrovarsi succubi in questa perversa corsa al rinnovamento mascherato a cui ormai ci ha abituato la politica italiana. Cambiare le cose vuol dire cambiare principalmente gli uomini; nuovi soggetti politici per togliere dal coma l’elettorato e salvarlo da questa tragedia greca intinta di farsa mediatica. Per questo fa un certo effetto vedere tra gli eleggibili in parlamento Giacomelli e Martini, vere antinomie al vento rinnovatore ma sempre con le mani in pasta laddove apparati, interessi e pressioni formano un paesaggio irreale e desolato. Ancora sono attuali le notizie dei soldi spariti nella mai realizzata bretella Prato-Signa e dell’immane buco alla ASL 1 di Massa, ma la bramosia del potere e dell’arrampicata verso l’apice della piramide partitocratica passa anche attraverso la noncuranza con cui LORO vogliono comandano e possono sulla pelle ma soprattutto nelle tasche dei cittadini, rimarcando l’atavico distacco tra la popolazione e la casta rossa. Di Giacomelli abbiamo già parlato, ma di Martini vogliamo farlo adesso. Si rammenta la sua scialba avventura come sindaco di Prato, quando per la miopia politica sua e della sua amministrazione che non si accorse del lento, irrefrenabile declino del distretto tessile che fertilizzo la terra ai primi insediamenti produttivi cinesi. Questo è il suo senso di amore per Prato! Tanto che una volta salito di gradino arrivando alla presidenza della Regione, più che sentirsi pratese, si è sentito parte di quella elite di nomenklatura ermeticamente ottusa che ha sacrificato la nostra città e lo stesso PD cittadino alla “ragion di stato”. Proprio il cinismo di Martini ha giubilato Romagnoli dopo averlo imposto come sindaco, con un’ipocrisia degna di un Maramaldo: «Caro Marco, capisci, è una decisione presa con la morte nel cuore perché con la crisi del tessile e il fenomeno cinese la città è un prototipo dei problemi della globalizzazione. In qualche modo dovevamo rispondere». Si capisce di quanto siamo distanti da qualsivoglia logica razionale leggendo queste parole e confrontandole con la visione di globalizzazione che ha descritto nel libro “Un nuovo mondo globale da New York a San Rossore”. Evidentemente Prato e la sua globalizzazione non rientrava in questa visione, forse perché lui dorme a Firenze; ma anche a Prato forse non era ben sveglio. La negazione delle sue stesse parole e la contraddizione dei modi di questo viceré senza corona è una sconfitta a cui non ci siamo opposti. Sui giornali ha lanciato le sue parole svuotate di significato ma riempite di crudo cinismo, seguito da operazioni ignobili e sotto la sua sottaciuta paternità, come il provvedimento del 2009 che garantisce a ogni straniero, regolare e non, la piena e gratuita assistenza sanitaria. La sua profonda fedeltà alle linee guida del partito si è trasformata in cinismo anche quando, lui che ostentava la propria pratesità, è stato pronto ad abbracciare l’area metropolitana che di fatto “uccideva” la provincia di Prato e il bisogno d’identità territoriale dei cittadini, dopo averla allevata e cresciuta fin dal lontano 1992.

Un cinismo imposto come qualità vincente che lega l’ex-governatore Martini all’attuale governatore Rossi. Uno succeduto all’altro nel governo della Toscana, dopo la comune gavetta in quegli assessorati alla sanità regionale che hanno sull’anima il già citato “buco” milionario di Massa, la costruzione dei nuovi assurdi ospedali sull’asse Prato-Pistoia-Lucca-Massa, la progettata giubilazione del Misericordia e Dolce a scapito di un pur necessario IRCCS per “rientrare” di 43 milioni di euro, e infine da governatori ignorando le necessità cittadine di ordine pubblico dovute all’incremento demografico per l’ondata cinese. Entrambi sono sotto la lente della magistratura per la già citata Prato-Signa, perché nel corso dell’inchiesta sui grandi appalti, in una registrazione ambientale tra imprenditori, ci si congratulava del fatto che la bretella non fosse andata in gara: “C’abbiamo fatto tutte le varianti che c’è parso, perché è un project, e ci s’è lavorato, non abbiamo avuto concorrenti, per cui l’abbiamo presa a prezzo pieno“. Perché la Regione scelse il project e non il finanziamento diretto dell’opera? E’ la domanda che i pm hanno rivolto proprio all’ex governatore Martini, e che potrebbe portare alla luce metodologie di appalto non in linea con le regole della concorrenza di mercato. Cioè quell’apparentamento politico-economico che noi cittadini pratesi abbiamo già sperimentato con Consiag/Estra a cui amministrazioni compiacenti affidavano lavori e appalti senza regolari gare. Ma si sa: la Toscana, questa terra, Prato, è considerata cosa loro! Vien voglia di citare il paradosso di Epimenide di Creta, che al viaggiatore appena giunto dice ”Tutti i cretesi mentono sempre”. Se dice la verità la frase è falsa, se è bugiardo la frase è egualmente falsa. E’ ciò che si chiama una proposizione autonegante, ma si adatta benissimo ai paradossi di questo “nuovo” vecchio signore.

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