Jan Vermeer, Ragazza che legge una lettera, 1657.

Jan Vermeer, Ragazza che legge una lettera, 1657.

La stanza di Antonella

di Antonella Sarno

Ricordo che quand’ero piccola un piazzista di libri passava di casa in casa per vendere un prodotto fantastico. Lo presentava proprio così ai nostri genitori, e gli rassicurava del fatto che solo comprando questa meraviglia saremmo diventati intelligenti. Quindi medici, avvocati e anche ragionieri e geometri. Nessuno di noi insomma si sarebbe ritrovato al telaio. Perciò ci cascavano tutti, e la fila dei tomi si allineava sulla consolle del salotto per numero e colore a indicare con soddisfazione quello che saremmo diventati da grandi. I miei fidando troppo sulle mie capacità non si lasciarono convincere e fu un peccato, perché questi gioielli decorati con le sfumature dell’arcobaleno erano un vero concentrato di saggezza. Così cominciai a prenderli a prestito dalla mia amica. I titoli erano tutto un programma da svolgere, un mare in cui tuffarsi e imparare tutto per non essere mai più gli stessi e guardare sempre il domani con una nuova fiducia. ”La vita intorno a noi “, “Come funzionano le cose”, “Come si fanno le cose”, “Come cambiano le cose”. E il mio preferito, quello che non mi stancavo mai di leggere “Fare e Costruire”. La mia generazione è cresciuta coi Quindici. Una sintesi di ciò che deve essere fatto per andare oltre e non stancarsi mai. Una piccola bibbia per l’infanzia che ci voleva adulti già nei fatti e nelle intenzioni, e chiedeva per essere compresa solo la curiosità ingenua ed essenziale di quell’età.
Le cose si fanno con impegno, con passione, e solo con l ‘entusiasmo possono funzionare. Cambiano solo se le estraniamo dal particolare e le facciamo diventare elemento portante della vita che ci circonda, struttura positiva a beneficio dei nostri simili, del nostro lavoro, del nostro ambiente. Non c’era niente in questi piccoli libri a riguardo di demotivazione e cazzeggio, nulla che riguardasse il bivacco annoiato, lo sbadiglio comunitario e la svogliata pesantezza dell’essere. Non c’era nessuna ipotesi di intralcio maleducato, nessuna patetica stasi. Perché erano stimolo alle idee e agli incontri e inventavano un tempo positivo, sempre in dinamico movimento, sempre vitale. E’ un peccato che siano passati di moda e si trovino oramai nelle case dei poveri sentimentali che non buttano mai nulla o sugli scaffali di Emmaus con le costole rotte a cinque euro. Perché questa ultima e triste generazione di ragazzi avrebbe potuto lasciarsi andare come noi, lasciarsi prendere e immaginare un futuro meno grigio, e con quello arrivare a pretendere anche una città meno grigia, finalmente adatta a nuovi contenuti, adatta alla loro bella età. E non si sarebbero lasciati incantare da chi racconta loro filastrocche e fiabe ( l’unico libro veramente inutile di tutta la serie !) o da chi li vorrebbe inquadrare sempre in un stereotipo negativo.
Non avrebbero intralciato il passaggio ad una bella mostra, sarebbero entrati tutti a vedere la mostra, e ne avrebbero discusso e forse avrebbero trovato argomenti per pensarla migliore. E si sarebbero di certo inventati motivi di gentilezza, perché è la sostanza che oggi manca di più e rende veramente arida e triste ogni esperienza umana. Sarebbero stati un buon esempio, mi ci sarei riconosciuta. Perciò tutti quelli che domani si allineeranno sulla posizione del bivacco stanco mi danno un piccolo tenero dolore. Perché ai giovani non è concesso dormire, nemmeno in un mondo come questo, soprattutto in un mondo come questo. Con tutto quello che c’è ancora da capire su come si fanno le cose, e ancora da cambiare per far funzionare le cose. Con tutto quello che c’è da fare per rendere ancora possibile e giusta questa vita che sembra essere diventata solo merce di scambio.
Fare e costruire, il mio preferito. Ero bambina e avevo capito. E’ solo così che si diventa grandi.

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